Pastore di Anime e predicatore
Giovanni di Antiochia (349-407) , detto Crisostomo, cioè " Bocca d'Oro" per la sua eloquenza ed "Elemosiniere" per la sua attenzione verso i poveri, è uno dei padri più fecondi: di lui ci sono pervenuti 17 trattati, più di 700 omelie autentiche, i commenti al Vangelo di matteo e alle lettere di San Paolo (lettere ai Romani, ai Corinti, agli Efesini e agli Ebrei) e 241 lettere.
Terminati gli studi superiori, formatosi alla retorica del celebre Libanio e successivamente alla vita ecclesiastica dal vescovo malenzio, spinto dal desiderio di perfezionare si ritirò ad Antiochia dove divenne Presbitero.
Pastore di anime e predicatore, fu consacrato vescovo di Costantinopoli il 26 febbraio 398 in un clima di tensione e contese. La repressione degli abusi ecclesiastici e politici per una coerente applicazione dei precetti evangelici gli procurarono l'ostilità dell'imperatrice Eudossia , del Patriarca di Alessandria Teofilo e non solo, sino a decretarne il duplice esilio fra il 403 ed il 407, quando trovò la morte.
La riabilitazione avvenne nel 438 sotto Teodosio II. Le sue opere sono basilari per la conoscenza dello sviluppo dogmatico della chiesa del IV/V secolo. Benedetto XVI sottolinea: " La sua è una teologia squisitamente pastorale, in cui è costante la preoccupazione della coerenza tra il pensiero espresso dalla parola ed il vissuto esistenziale".
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DON AMBROGIO GRITTANI
(1907-1951) Venne ordinato sacerdote nel 1931 a Bari. Nel Novembre del 1933 si trasferì a Milano per frequentare la facoltà di lettere classiche presso l'università cattolica del Sacro Cuore. Nel 1950 fondò L'opera Pia Oblate di San benedetto Giuseppe Labre. Consapevole dei drammi del mezzogiorno italiano e del perpetuarsi delle ingiustizie sociali dedicò la propria vita ad aiutare i poveri, confortare gli afflitti e sostenere i deboli.
martedì 21 febbraio 2012
mercoledì 1 febbraio 2012
I Patroni di Cipro e della Romania
CIPRO: superficie 5896 Kmq; popolazione 796900 (stima 2009) Cristiani 774600; cattolici 5000 circa.
Così gli Atti degli Apostoli ci presentano la figura di BARNABA: " Giuseppe soprannominato dagli apostoli Barnaba, che significa " figlio dell'esortazione", un levita originario di Cipro" , di cui appunto è patrono. Barnaba è anche colui che si fa garante davanti agli apostoli dello stesso Paolo che si era convertito al cristianesimo e di cui la comunità di Gerusalemme non si fida; sempre lui è mandato ad Antiochia quando iniziano a convertirsi i primi pagani.
Prende poi parte ai viaggi missionari di Paolo che lo portano a toccare anche l'Europa. Verso l'anno 50, sempre con Paolo, sarà di nuovo a Gerusalemme dove si tiene il primo Concilio per discutere sull'atteggiamento da prendere verso i pagani convertiti al cristianesimo.
ROMANIA: Superficie 238391 Kmq; popolazione 21.498.616 (stima 2009); Cristiani 21.305.00 circa; cattolici 1.205.000 circa.
ANDREA è il primo apostolo che incontriamo nei vangeli e di lui lo storico Eusebio do Cesarea ci narra che abbia annunciato il Vangelo in Asia minore e nella Russia meridionale e quindi si sia recato a Patrasso in Grecia dove subisce il martirio per crocefissione, secondo la tradizione su una croce a forma di X.
Andrea è il fratello di Simon Pietro, di lui i vangeli ci dicono che con Pietro, Giacomo e Giovanni sul Monte degli Ulivi interroga Gesù sui segni degli ultimi tempi. E' il patrono di Romania.
Così gli Atti degli Apostoli ci presentano la figura di BARNABA: " Giuseppe soprannominato dagli apostoli Barnaba, che significa " figlio dell'esortazione", un levita originario di Cipro" , di cui appunto è patrono. Barnaba è anche colui che si fa garante davanti agli apostoli dello stesso Paolo che si era convertito al cristianesimo e di cui la comunità di Gerusalemme non si fida; sempre lui è mandato ad Antiochia quando iniziano a convertirsi i primi pagani.
Prende poi parte ai viaggi missionari di Paolo che lo portano a toccare anche l'Europa. Verso l'anno 50, sempre con Paolo, sarà di nuovo a Gerusalemme dove si tiene il primo Concilio per discutere sull'atteggiamento da prendere verso i pagani convertiti al cristianesimo.
ROMANIA: Superficie 238391 Kmq; popolazione 21.498.616 (stima 2009); Cristiani 21.305.00 circa; cattolici 1.205.000 circa.
ANDREA è il primo apostolo che incontriamo nei vangeli e di lui lo storico Eusebio do Cesarea ci narra che abbia annunciato il Vangelo in Asia minore e nella Russia meridionale e quindi si sia recato a Patrasso in Grecia dove subisce il martirio per crocefissione, secondo la tradizione su una croce a forma di X.
Andrea è il fratello di Simon Pietro, di lui i vangeli ci dicono che con Pietro, Giacomo e Giovanni sul Monte degli Ulivi interroga Gesù sui segni degli ultimi tempi. E' il patrono di Romania.
martedì 31 gennaio 2012
La Storia e la Follia della razza Ariana
MITOLOGIA DELLA RAZZA ARIANA: LA STORIA E LA FOLLIA
Dopo cento anni di follia e ignoranza e, soprattutto, dopo gli orrori che ha provocato, non dovrebbe essere più necessario scriverne… Eppure, come ogni navigatore della Rete sa perfettamente e come ogni appassionato di antropologia è costretto a leggere anche su testi di recentissima pubblicazione, il termine “razza ariana” non esiste solo come reperto linguistico alla sezione “buio della cultura” del museo degli orrori storici. Blog, siti, testi che si auto-definiscono scientifici continuano a parlare o sproloquiare di questa presunta razza “eletta”, in assunti che ondeggiano tragicamente tra l’incitamento all’odio xenofobo e razziale e lo sviluppo di teorie capaci di far rabbrividire chiunque abbia la pur minima affezione per la verità storica.
Ecco, dunque, la necessità di ritornare su argomenti che dovrebbero essere morti e sepolti e tentare, ancora una volta, di fare un po’ di chiarezza.
La parola “ariano” è di origine sanscrita (“Arya”) e, sostanzialmente, ha un significato molto prossimo a quello del termine occidentale “nobile”. Già questo basterebbe: essere ariano potrebbe essere, al più, una questione di stirpe, di casta o di ordine sociale ma non una questione di razza. Ma proseguiamo. Alcuni nuclei indo-iranici, come è chiaramente attestato sia nei RigVeda che in alcuni testi zorohastriani, utilizzarono questo termine per auto-definirsi, in una esaltazione nazionale tipica di aree e periodi in cui, nella pianure dell’Asia centrale, il contatto tra clan etno-antropologicamente dissimili era all’ordine del giorno e la possibilità di inglobamento reciproco tra questi clan faceva nascere la necessità di una chiusura auto-identificativa verso l’altro, semplicemente come metro di paragone e di identità interna (non diversamente rispetto all’uso, in questo caso etero-identificativo, del temine “BarBar” da parte degli antichi greci). Paradossalmente e solo a mo’ di provocazione, questo dato di origine ci induce a pensare che se mai dovessimo trovare (e sarebbe comunque una forzatura estrema del termine) una popolazione a cui attribuire oggi, in occidente, il titolo di “razza ariana”, questa sarebbe probabilmente quella, indo-iranica e nomadica, dei “Roma” (cioè di quelli che, comunemente e genericamente, chiamiamo “zingari”), che, in una tragica ironia storica, venne decimata proprio in nome della “purezza razziale ariana” da chi, al contrario, riteneva “ariani” i portatori di caratteristiche somatiche di origine slavo-sarmatica (e perseguitava anche gli “slavi di altri ceppi”…).
Ma, ci si può chiedere oggi, come si è giunti ad un errore tanto marchiano? Come è possibile che storici e antropologi siano arrivati ad una così incredibile deformazione della realtà? La risposta a questa domanda sta in una serie impressionante di incredibili coincidenze, approssimazioni e fraintendimenti culturali.
Nel XIX secolo, dal momento che le più antiche lingue indo-europee conosciute erano di derivazione indo-iranica, si iniziò ad utilizzare il termine “ariano” in forma estensiva, per riferirsi a tutto il ceppo etno-linguistico che includeva Greci, Romani e Germani e, poco più tardi, riconoscendo le chiare affinità radicali dei rispettivi idiomi, anche Baltici, Celti, Slavi e Armeni. Tutti questi popoli, che in effetti derivano da un macro gruppo linguistico oggi chiamato “proto-indo-europeo”, di cui fa parte anche l’iranico, dunque, semplicemente per brevità vennero definiti “ariani”.
Probabilmente il primo ad usare il termine “razza ariana” nel senso oggi ad esso attribuito fu, nel 1861, Max Müller nel suo Lectures on the Science of Language, in cui, compiendo un grave errore, si riferiva agli Ariani non come ad un gruppo linguistico ma come ad una razza, anche se, in numerosi scritti successivi, si corresse, arrivando persino ad affermare: “Devo ripetere ancora una volta che sarebbe erroneo parlare di un sangue ariano esattamente come lo sarebbe parlare di una grammatica dolicocefala…”.
Queste specificazioni erano diventate una necessità a causa dell’insorgere e dello svilupparsi, verso la fine del secolo, della cosiddetta “antropologia razziale”, influenzata dal pensiero di Arthur de Gobineau, che riteneva che gli Indo-Europei rappresentassero un ramo superiore dell’umanità, ma, purtroppo, rimasero inascoltate.
Numerosi scrittori successivi, infatti, cominciarono a sviluppare l’assurda idea dell’esistenza di una razza superiore identificabile in termini biologici. Paradigmatico in questo senso è lo studio dell’antropologo francese Vacher de Lapouge che, nel suo L’Ariano, sosteneva che l’indice cefalico potesse ritenersi un metro valido per la tassonomizzazione delle razze e che, di conseguenza, la tipologia fisica “dolicocefalico-bionda”, tipica del nord Europa, fosse da ritenere superiore e destinata a dominare sulle popolazioni “brachicefale”.
Ben presto la politica si impadronì di queste argomentazioni pseudo-scientifiche e cominciò a costruire un intero castello di congetture tra le quali spiccano per assurdità quelle riguardanti le razze nordiche (che, in realtà, lo si ripete, hanno radici slavo-sarmatiche) come rappresentanti della purezza ariana e quelle, al limite del risibile (non fosse per le conseguenze che portarono), su una presunta origine degli Ariani nell’area germanica e scandinava, portate avanti con particolare convinzione dall’archeologo Gustaf Kossinna, certo che i Proto-Indo-Europei fossero da identificare con le popolazioni del neolitico germanico.
Ovviamente, studiosi di ben maggior spessore contestarono immediatamente queste astruse elucubrazioni: già nel 1885 Rudolf Vierchow e Josef Kollmann dimostrarono, al Congresso della Società Antropologica di Karlsruhe, come ogni europeo fosse necessariamente il prodotto dell’unione di più razze e come l’indice cefalico non avesse nessuna relazione con le capacità psico-fisiche di una popolazione, ma le loro parole caddero largamente inascoltate.
Sia negli ambienti scientifici che, forse ancora più pericolosamente, nell’immaginario popolare, si stava, infatti, sempre più diffondendo l’idea, promossa dal best seller di fine ’800 I fondamenti del diciannovesimo secolo di Houston Stewart Chamberlain, di una superiorità germanica, a dispetto del fatto che personaggi del calibro di Otto Schrader, Rudolph von Jhering e Robert Hartmann proponessero addirittura di bandire la parola “ariano” dall’antropologia.
Certamente l’imperialismo colonialista diede un forte impulso alla diffusione delle idee razziste. Non è un caso, infatti, che proprio nell’Impero Britannico si cominciassero ad elaborare teorie in grado di penetrare nell’immaginario socio-religioso delle caste indiane: in particolare, si tentò di far passare come scientifica l’ipotesi che gli inglesi fossero discendenti di quegli Arii bianchi che avevano invaso e sottomesso le popolazioni Dravidiche di pelle scura, spingendole verso il sud dell’India ed instaurando il sistema delle caste superiori. Sfortunatamente, persino alcuni nazionalisti indiani (forse per mostrare un loro possibile “apparentamento” con i dominatori) accettarono e diffusero queste assurdità.
Probabilmente proprio da questa diffusione di teorie razziste in India attinse il movimento forse più direttamente responsabile delle terrificanti conseguenze che le ideologie pseudo-scientifiche sulla razza ebbero nel XX secolo: il Movimento Teosofico di Helena Blavatsky e Henry Olcott, che, per sua espressa ammissione, traeva ispirazione dalla “cultura della riforma Hindu” (“Arya Samaj”) di Swami Dayananda.
Madame Blavatsky, una sensitiva (o, più probabilmente, una ciarlatana) di origine ucraina (ma operante tra Londra e New York) che ebbe un impressionante seguito tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, era convinta che l’umanità fosse discesa da una serie di sette “razze primigenie”: la quinta razza era, appunto quella degli Ariani, che ella riteneva essere derivata direttamente dagli Atlantidei.
Fin qui potremmo tranquillamente parlare della follia (o della furbizia) di una mente malata (o di un’abile truffatrice). Purtroppo, però, la Blavatsky costruì su questo assunto di base alcuni corollari a dir poco raccapriccianti: ogni razza non-ariana era inferiore alla razza ariana e, soprattutto, le popolazioni semite erano solo una escrescenza spiritualmente corrotta e materializzata degli ariani, prodotta dal mescolamento di questi con popoli sub-umani o beluini. In futuro, ogni razza corrotta sarebbe stata annientata dalla razza superiore, per il ritorno dell’umanità all’età dell’oro… Sebbene molti ammiratori della “sensitiva” abbiano sempre affermato che la Blavatsky non intendesse sviluppare una teoria realmente razzista, purtroppo almeno un suo grande ammiratore e avido lettore dei suoi testi non la pensava così: un giovane austriaco dotato di grandi capacità oratorie di nome Adolf Hitler.
E non era il solo. Guido von List e molti suoi seguaci, come, ad esempio, Lanz von Liebenfels attinsero, poco più tardi, a piene mani alla fonte di Madame Blavatsky, mescolando concetti già al limite del delirio con la crescente ondata ideologica ultra-nazionalista e proto-fascista. Il risultato di questo inedito miscuglio di elucubrazioni prese il nome di Ariosofia e, sebbene poi sconfessato da parte della gerarchia hitleriana, fu certamente uno dei semi da cui germogliò il nazismo.
D’altra parte, la teoria della origine nordica degli Ariani aveva avuto, come ovvio, una grandissima influenza in Germania. Anche a livello popolare l’idea che gli “Ariani Vedici” fossero assimilabili a Goti, Vandali ed altre tribù germaniche era comunissima, così come lo era quella di una popolazione semita ben distinta da quella ariana e causa della distruzione dell’ordine sociale e dei valori culturali germanici. E’ da questo humus culturale che presero spunto le ricerche ariosofiche di Alfred Rosenberg (paradossalmente, a detta di molti, probabilmente etnicamente di origine semita, anche se ciò non è mai stato provato a causa dell’accurata opera di distruzione di documenti personali a cui l’interessato provvide dopo il 1933).
Secondo gli ariosofi come lui, quella ariana era la “razza padrona” che aveva costruito una civiltà che aveva dominato il mondo fin dai tempi di Atlantide. Il declino di tale civiltà aveva avuto inizio dopo l’8000 a.C. con la distruzione di Atlantide e la colonizzazione da parte di razze inferiori che erano riuscite a mescolarsi con gli ariani puri, dei quali, però, rimanevano tracce nel buddhismo tibetano, in Cento e Sud America e in Egitto. Tutte queste idee trovarono sistematizzazione e pseudo-scientifizzazione proprio con Rosemberg, che, nel suo Il Mito del Ventesimo Secolo, tracciò una storia dell’umanità sviluppata a partire da queste deliranti posizioni, ottenendo un notevolissimo successo nella Germania del primo dopoguerra.
Giungiamo così all’uso nazista del termine: “razza ariana”, secondo i futuri teorizzatori ed esecutori della “soluzione finale”, stava ad indicare la razza superiore nord-europea, che doveva essere mantenuta pura attraverso un programma di “eugenetica” (affidato a Rosenberg) che includesse il divieto di matrimoni “misti”, la sterilizzazione (e poi uccisione) dei malati di mente e la ghettizzazione, evacuazione e, dopo la conferenza di Wansee, eliminazione di tutte le razze “inferiori”. Che tutto ciò derivasse, in ultima analisi, dalle idee balvatskiane e ariosofiche è innegabile e provato, tra l’altro, sia dal culto di Himmler, il pianificatore della Shoà, per il Bhagavad Gita vedico che dalle assolutamente inutili ricerche della “Ahnenerbe” sulla cultura tibetana, sulle tracce di prove, ovviamente mai trovate, di un legame tra popoli germanici e una razza che, storicamente, non esistette mai.
Purtroppo, però, come sempre accade quando la cultura cede il passo alla ideologizzazione, i risultati di teorie folli e senza il minimo briciolo di scientificità non potevano che essere le mostruosità dei Vernichtungslager, mostruosità che non dovrebbero più permettere a nessuno l’ignoranza che le generò.
domenica 22 gennaio 2012
Tutti trasformati dalla vittoria di CRISTO
Quando i discepoli di Gesù disputarono su " chi fosse il più grande" era evidente erano molto coinvolti. Ma la reazione di Gesù fu molto semplice: " Se uno vuole essere il primo deve essere l'ultimo di tutti e il servitore di tutti" Queste parole parlano di vittoria, mediante il servizio reciproco, l'aiuto l'incoraggiare l'autostima degli ultimi, dei dimenticati, degli esclusi.
Per tutti i cristiani, la migliore espressione di questo umile servizio è Gesù Cristo, la sua vittoria attraverso la sua morte e resurrezione. E' nella sua vità, nei suoi atti, nei suoi insegnamenti, nella sua sofferenza, morte e resurrezione che vogliamo trovare ispirazione oggi, per una vittoriosa vita di fede, che si esprima nell'impegno sociale, nello spirito di umiltà, nel servizio e nella fedeltà del Vangelo.
E, mentre attendeva la sofferenza e la morte che si avvicinavano, Gesù pregò per i suoi discepoli, perché fossero " Una cosa sola, così il mondo crederà".
Questa vittoria è possibile soltanto attraverso una trasformazione spirituale, una conversione. Tale consapevolezza ha motivato la scelta delle parole dell'Apostolo Paolo alle nazioni quale tema per la settimana di preghiera per quest'anno: " Tutti saranno trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore".
Il traguardo da raggiungere è una vittoria che unisca tutti i cristiani nel servizio a Dio e al prossimo.
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SANT'ALFONSO MARIA DE' LIGUORI
Nacque a Marianella (Napoli) il 27 settembre 1696. Ancor giovane fu brillante avvocato. Lasciata la toga si consacrò al servizio di Dio. Fu ordinato sacerdote nel 1726. Fondatore della congregazione del Santissimo Redentore nel 1732. Fu nominato Vescovo di Sant'Agata dei Goti (1762-1775) . Morì nel 1787. Proclamato santo nel 1839.
Significativa la creazione delle "Cappelle serotine" , fonte di educazione morale, di risanamento sociale e di aiuto reciproco tra i poveri, attraverso la preghiera e la meditazione della parola di Dio. Le sue opere di morale gli valsero il titolo di dottore della Chiesa . Utilizzò il canto popolare per far conoscere la verità della fede; scrisse e diffuse dei libretti come le Massime Eterne, Le Glorie di Maria, il Gran mezzo della Preghiera, validi ancora oggi. La liturgia lo ricorda il 1 agosto.
Per tutti i cristiani, la migliore espressione di questo umile servizio è Gesù Cristo, la sua vittoria attraverso la sua morte e resurrezione. E' nella sua vità, nei suoi atti, nei suoi insegnamenti, nella sua sofferenza, morte e resurrezione che vogliamo trovare ispirazione oggi, per una vittoriosa vita di fede, che si esprima nell'impegno sociale, nello spirito di umiltà, nel servizio e nella fedeltà del Vangelo.
E, mentre attendeva la sofferenza e la morte che si avvicinavano, Gesù pregò per i suoi discepoli, perché fossero " Una cosa sola, così il mondo crederà".
Questa vittoria è possibile soltanto attraverso una trasformazione spirituale, una conversione. Tale consapevolezza ha motivato la scelta delle parole dell'Apostolo Paolo alle nazioni quale tema per la settimana di preghiera per quest'anno: " Tutti saranno trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo, nostro Signore".
Il traguardo da raggiungere è una vittoria che unisca tutti i cristiani nel servizio a Dio e al prossimo.
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SANT'ALFONSO MARIA DE' LIGUORI
Nacque a Marianella (Napoli) il 27 settembre 1696. Ancor giovane fu brillante avvocato. Lasciata la toga si consacrò al servizio di Dio. Fu ordinato sacerdote nel 1726. Fondatore della congregazione del Santissimo Redentore nel 1732. Fu nominato Vescovo di Sant'Agata dei Goti (1762-1775) . Morì nel 1787. Proclamato santo nel 1839.
Significativa la creazione delle "Cappelle serotine" , fonte di educazione morale, di risanamento sociale e di aiuto reciproco tra i poveri, attraverso la preghiera e la meditazione della parola di Dio. Le sue opere di morale gli valsero il titolo di dottore della Chiesa . Utilizzò il canto popolare per far conoscere la verità della fede; scrisse e diffuse dei libretti come le Massime Eterne, Le Glorie di Maria, il Gran mezzo della Preghiera, validi ancora oggi. La liturgia lo ricorda il 1 agosto.
Una Rosa al posto dei Becchi
Via della Rosa è il tratto di strada che situato tra via Ghibellina e via dell'Agnolo; è la prosecuzione naturale di via da Verrazzano ed ha rappresentato per la città un raro e singolare caso di protesta popolare.
Sembra che i primi sintomi di malcontento si siano avuti già nel quattordicesimo secolo: una parte degli abitanti della strada chiese di modificarne il nome, troppo offensivo, ma senza ottenere risposta.
Altri casi di richiesta di variazione del nome della via, sempre per motivi disdicevoli, si registrarono in pieno rinascimento, a cavallo del 500, ma anche in questo caso le richieste risultarono vane.
Fu solo agli inizi del diciottesimo secolo che gli abitanti della via presentarono a Palazzo Vecchio una petizione ufficiale e motivata con l'ennesima richiesta di modifica del nome che ritenevano per loro infamante.
Questa volta la richiesta venne finalmente accolta e per solennizzare l'avvenimento fu affissa una targa nella quale si può ancora leggere: "via Rosa, per decreto dei Signori Capitani di Parte, 7 7embre 1730".
Tanta fu la soddisfazione degli abitanti della via e non solo per se stessi ma forse anche per tutti coloro che nei secoli precedenti avevano speravano in quella modifica; tant'é che dal quel giorno il nome della strada fu definitivamente ingentilito in via della Rosa.
Per la cronaca l'antico nome della strada era " Via Dei Becchi".
Sembra che i primi sintomi di malcontento si siano avuti già nel quattordicesimo secolo: una parte degli abitanti della strada chiese di modificarne il nome, troppo offensivo, ma senza ottenere risposta.
Altri casi di richiesta di variazione del nome della via, sempre per motivi disdicevoli, si registrarono in pieno rinascimento, a cavallo del 500, ma anche in questo caso le richieste risultarono vane.
Fu solo agli inizi del diciottesimo secolo che gli abitanti della via presentarono a Palazzo Vecchio una petizione ufficiale e motivata con l'ennesima richiesta di modifica del nome che ritenevano per loro infamante.
Questa volta la richiesta venne finalmente accolta e per solennizzare l'avvenimento fu affissa una targa nella quale si può ancora leggere: "via Rosa, per decreto dei Signori Capitani di Parte, 7 7embre 1730".
Tanta fu la soddisfazione degli abitanti della via e non solo per se stessi ma forse anche per tutti coloro che nei secoli precedenti avevano speravano in quella modifica; tant'é che dal quel giorno il nome della strada fu definitivamente ingentilito in via della Rosa.
Per la cronaca l'antico nome della strada era " Via Dei Becchi".
domenica 8 gennaio 2012
FIRENZE i grandi Nomi del Sedicesimo Secolo
I GRANDI NOMI DEL SEDICESIMO SECOLO
Leonardo, anche se divenne famoso alla corte dei Medici, dove la famiglia gli aveva commissionato dei lavori per portare gloria al loro nome, effettuò le sue prime esperienze artistiche a Firenze, dove rimase fino al 1482, quando lasciò Firenze per Milano, non soddisfatto di rimanere presso i Medici, incapace di conformarsi alla filosofia della corte. Al suo ritorno nel 1500 la città era ancora Repubblicana, ma non per molto tempo (1512). La neo-platonica ideologia vaga ed evasiva era ora stata sostituita dalla concezione empirica del Machiavelli dello Stato moderno. Michelangelo e Raffaello avevano già creato una differente atmosfera artistica a Firenze e, mentre Leonardo fu accolto da Milano, Michelangelo si mosse alla volta del centro artistico di Roma nel 1504.
I grandi Mecenate di questo periodo furono i Papa Clemente VII, Giulio II e Leone X. Raffaello arrivò a Firenze da Urbino lo stesso anno della partenza di Michelangelo da Roma. Vi rimase quattro anni, abbastanza a lungo per lasciare una traccia della sua diversa concezione dell'arte: mezzo che giustifica le sue finalità e adempia alla ricerca della perfezione tecnica e della forma ideale. Questa concezione dell'arte, insieme alla complessa e drammatica eredità lasciata da Michelangelo e all'agitata e raffinata sensibilità di Leonardo, costituiscono la base del Manierismo.
Michelangelo tornò da Roma nel 1516 per progettare la facciata della chiesa di San Lorenzo su richiesta del papa Leone X, della famiglia de' Medici. Questo progetto fu successivamente annullato e rivolto alla Sagrestia della Chiesa per le tombe di Giuliano e Lorenzo de' Medici. Nella stanza principale e nel corridoio della biblioteca Laurenziana, con la dominante scala centrale, che dà l'impressione di un'onda che segue una cascata, sostenuta da un lato dalla balaustra e dall'altro dalla spessa linea degli alti gradini, Michelangelo anticipò le caratteristiche dello stile Barocco, con lo spazio forzato verso l'interno.
A seguito dell'assedio di Firenze da parte degli Spagnoli nel 1529 e la caduta della Repubblica, nel frattempo ristabilita dal Duca Alessandro de' Medici, Michelangelo fu costretto nuovamente a lasciare Firenze. Nel 1534 fu richiamato a Roma per iniziare gli affreschi della Cappella Sistina. Nel frattempo l'aspetto della città di Firenze, fino ad allora composto da vie e palazzi del quindicesimo e sedicesimo secolo, con cortili e giardini interni, cominciò a tendere verso piazze spaziose, dove iniziarono incontri e rappresentazioni teatrali. Giorgio Vasari, pittore, architetto, storico d' arte, trasformò il Palazzo degli Uffizi in un grande corridoio che attraversa la città. Bartolomeo Ammannati, scultore ed architetto, trasformò Palazzo Pitti in un'edificio dalla grande facciata. Bernardo Buontalenti che succedette l'Ammannati come architetto alla Corte della famiglia de'Medici, è un esempio vivace della versatilità della cultura di quel periodo. Questo carattere straordinario fu capace di riconvertire la progettazione urbanistica della città di Livorno, come di progettare i gioielli per la Duchessa o preparare i progetti per il Forte Belvedere.
FIRENZE Capitale e del 900
FIRENZE CAPITALE
Nel 1859 i Lorena lasciarono Firenze. Con la seconda guerra di indipendenza,la Toscana si unì al Regno dei Savoia nell'Italia unificata, e Firenze divenne capitale per 5 anni, dal 1865 al 1870. Il centro storico urbano subì un complesso rinnovamento, che distrusse completamente il mercato vecchio ed il quartiere ebreo, vicino a Piazza della Repubblica. La Piazza rappresenta la distruzione di mille anni di stratificazione urbanistica, sostituiti da una disposizione geometrica anonima delle costruzioni, con alcuni monumenti lasciati intatti che emergono senza il collegamento con le costruzioni intorno loro.
Durante questo secolo, Firenze ha sofferto un processo di degradazione. La vecchia struttura non riusciva più a far fronte alle richieste della moderna vita urbana e la causa stava principalmente nel fatto che il nuovo contesto non era mai riuscito a raggiungere un equilibrio organico.
Con il progetto di Giuseppe Poggi per Firenze capitale d'Italia (1864-1870) - che provocò la demolizione delle Mura della città per la costruzione dei Viali di circonvallazione, la creazione del Viale dei Colli e Piazzale Michelangelo e lo sviluppo iniziale di nuovi quartieri residenziali sia all'interno dei Viali (il distretto della Mattonaia intorno a Piazza Indipendenza, il distretto di Maglio intorno a Piazza d'Azeglio) che all'esterno (Savonarola, San Jacopino, Piagentina) - e con la demolizione del centro urbano intorno al vecchio mercato (1885-1889) per la creazione della grande Piazza Vittorio Emanuele II (ora Piazza della Repubblica) e le costruzioni di edifici adibiti pricipalmente ad uso ufficio, cominciò la terziarizzazione del centro urbano, nei primi decenni del ventesimo secolo. In conformità con lo schema urbano di pianificazione di Poggi, la città si espanse velocemente fino ai colli vicini - via Vittorio Emanuele II all'ovest, Viale Volta all'est e Oltrarno lungo via Pisana oltre il Pignone, dove la fonderia ha rappresentato il primo nucleo industriale insieme agli alloggi degli operai.
Fino alla prima guerra mondiale, i problemi della città si accumularono senza un sostanziale intervento da parte dell'Autorità pubblica. Ad un livello sociale, il movimento operaio si sviluppò a difesa di una classe che viveva grandi difficoltà.
Fra il 1890 e il 1915, la popolazione crebbe fino a cinquanta mila. Fra il 1905 e il 1913, furono costruite 36.652 stanze e circa 2.000 dimore di basso-affitto. Le file di case a due piani delle Classi Medie erano conosciute come "trenini" e andavano da Ricorboli a San Gervasio, dalla valle del Mugnone a San Jacopino e Rifredi, provocando una versione in qualche modo provinciale della moderna architettura europea che, tuttavia, ora compare come non priva di qualità per bellezza e dignità soprattutto rispetto alle costruzioni di oggi.
Il carattere delle nuove zone residenziali della Classe Media emerge da questo passaggio da Aldo Palazzeschi: "Due mesi dopo, mi trovai nella parte opposta della città dove erano - ed ancora sono - i nuovi quartieri di Firenze alla Barriera delle Cure, conosciuto ai Fiorentini semplicemente come alle Cure. Qui il terreno coltivabile solo recentemente ha cominciato ad essere battuto, violato, sparso ed invaso dalle nuove costruzioni. Addio ai grandi e austeri palazzi signorili, all'architettura severa e magnifica, ai tetti a mensola, capitelli e cornici. Un'altra vita, un'altra luce, un'aria differente.
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