geronimo

lunedì 12 dicembre 2016

Riscoprire i valori perduti

RISCOPRIRE I VALORI PERDUTI

Quest’anno , anno santo della misericordia, voglio intrattenere chi legge sull’ importanza, almeno per me, di riscoprire i valori smarriti della vita.
 “Nel mondo di oggi ciò di cui abbiamo bisogno è un gruppo di uomini e donne decisi a schierarsi dalla parte del giusto ed opporsi all’ingiusto, dovunque si verifichi. Un gruppo di persone che abbiano capito che alcune cose sono ingiuste, anche se non vengono mai scoperte. Alcune cose sono giuste, anche se nessuno ti vede mentre le fai.
Voglio dire soltanto che il nostro mondo poggia su cardini del fondamento morale. Dio lo ha fatto così. E’ stato Dio a fare  l’universo fondato su una legge morale…
Questo universo è incardinato sulle fondamenta della morale . In questo universo c’è qualcosa che giustifica queste frasi: “ nessuna menzogna può vivere per sempre” , oppure , “ La verità che è stata schiacciata a terra tornerà a sollevarsi” , ancora,   “ Raccoglierete quel che seminate” .
Quando ero giovane, e avevo davanti a me la maggior parte della vita, decisi di donare fin dal principio la mia vita a qualcosa di eterno e di assoluto. Non a questi piccoli dei, che oggi ci sono e domani non ci sono più. No: a Dio che è lo stesso ieri, oggi, sempre.
Se vogliamo andare avanti, dobbiamo tornare indietro e riscoprire questi valori preziosi: che tutta la realtà è incardinata su fondamenti morali e tutta la realtà è soggetta al dominio dello spirito.”

 Ogni tanto immagino, tutti noi pensiamo in modo realistico al giorno in cui resteremo vittime di quello che è il definitivo comune denominatore della vita: quella cosa che chiamiamo morte. tutti noi ci pensiamo. E di tanto in tanto io penso alla mia morte, e penso al mio funerale. Di tanto in tanto mi domando: “ Che cosa vorrei che dicessero?”.

DEMOCRAZIA DIRETTA - SVIZZERA

Campioni delle urne, la Svizzera è la patria della democrazia diretta
In media, gli svizzeri vanno a votare quattro volte l’anno. Il popolo è sovrano e può votare sulle leggi del Parlamento e le modifiche costituzionali. Fino alle votazioni per alzata di mano in alcuni cantoni
L’ultimo è stato il referendum sul reddito minimo per tutti, bocciato dal 78% dei votanti. Se c’è un Paese dove il popolo è sovrano, questo è la Svizzera. Nella confederazione dei 26 piccoli staterelli, detti cantoni, i cittadini partecipano direttamente al processo decisionale politico. In media, vanno a votare almeno quattro volte l’anno sui temi più disparati, dal raddoppio delle gallerie alla discriminazione della famiglia tradizionale. Le consultazioni propositive o abrogative sono continue, per questioni federali, cantonali o comunali. Le piccole dimensioni del territorio, unite al numero ridotto degli abitanti (8 milioni) e alle grandi differenze interne, hanno favorito questa formula detta di democrazia semidiretta o semirappresentativa.
Significa che democrazia diretta e democrazia rappresentativa convivono. Gli svizzeri eleggono ogni quattro anni i 200 membri del Parlamento, che ha il potere legislativo. Ma il popolo ha la sovranità delle decisioni politiche dello Stato. Per cui può esprimersi su tutte le leggi, e deve votare su qualsiasi revisione della Costituzione. I due strumenti a disposizione degli svizzeri sono il referendum e l’iniziativa popolare.
Ogni modifica della Costituzione federale e ogni adesione dello Stato a un’organizzazione internazionale è sottoposta a referendum obbligatorio. Il quorum non esiste. Ma per essere approvato, il testo deve avere la doppia maggioranza del popolo e dei cantoni. Nel 2001, ad esempio, si votò a larga maggioranza per introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione, in modo da far fronte alla crescita del debito pubblico. L’anno dopo, nel 2002, si votò invece per l’ingresso nelle Nazioni Unite.
In qualità di aventi diritto di voto, se si vuole modificare la Costituzione, ogni svizzero può lanciare un’iniziativa popolare: basta raccogliere 100mila firme in 18 mesi. Contrariamente a quanto succede nei Cantoni, a livello federale però con una iniziativa popolare non si può chiedere una nuova legge o una modifica a una legge già esistente. Le iniziative pendenti di modifica della Costituzione in fase di raccolta firme a fine giugno vanno dal congedo di paternità “ragionevole” al divieto dissimulare il proprio viso, dallo stop alla “dispersione degli insediamenti” all’autodeterminazione contro l‘ingerenza dei “giudici stranieri”.
Prima di essere sottoposta a votazione popolare, l’iniziativa passa al vaglio del governo e del Parlamento. Se la proposta divide il Parlamento, il processo può durare anche diversi anni. Se il Parlamento riconosce la legittimità delle rivendicazioni dell’iniziativa, ma non condivide la soluzione, può opporle un controprogetto. Magari più moderato. Può anche succedere però che il comitato promotore dell’iniziativa sia soddisfatto del controprogetto e decida di ritirare il proprio testo. In questo caso l’iniziativa non è sottoposta a votazione popolare. Dal 1987, nelle votazioni popolari sulle iniziative è possibile approvare sia l’iniziativa sia il controprogetto. E con una domanda risolutiva si stabilisce poi quale dei due testi deve entrare in vigore nel caso in cui entrambi ottengano la maggioranza dei votanti e dei cantoni.
A questi strumenti della democrazia diretta ricorrono spesso formazioni politiche e sociali che faticano a ottenere una maggioranza nel Parlamento. Si tratta spesso della sinistra, sui temi economico e sociale, e della desta più conservatrice, per temi legati all’identità nazionale e agli stranieri. Che spesso assumono derive populiste. Succede però anche che a farne uso siano piccole associazioni o privati cittadini, che difficilmente riescono però nel loro obiettivo.
Le iniziative popolari, però, si rivelano utili per lanciare dibattiti su argomenti che altrimenti non verrebbero trattati dal Parlamento. E in alcuni casi i promotori riescono a veder soddisfatte parte delle loro rivendicazioni, tramite la produzione del controprogetto parlamentare. Ma ci sono anche casi, seppur rari, in cui le iniziative bocciate dalla maggioranza del Parlamento ottengono la doppia maggioranza di popolo e cantoni. Un esempio: l’iniziativa che consente agli azionisti di influire sulle rimunerazioni dei top manager, promossa dal piccolo imprenditore Thomas Minder, è stata approvata nella votazione federale del 3 marzo 2013, con il sì di circa il 68% dei votanti e di tutti i cantoni.
Altra cosa è il referendum facoltativo. Se il Parlamento approva una nuova legge, la popolazione di regola non viene chiamata alle urne. Se però vengono raccolte 50mila firme di aventi diritto al voto, oppure otto cantoni chiedono di votare nell’arco di cento giorni, allora si andrà a votare. Il referendum facoltativo dà la facoltà agli oppositori del testo di farlo sottoporre a votazione popolare. Al momento, ad esempio, sono in fase di raccolta firme 33 referendum facoltativi, che riguardano decreti che vanno dal lavori nei trasporti pubblici alla registrazione delle malattie tumorali.
Ma nonostante il coinvolgimento della popolazione nelle decisioni sia così alta, la partecipazione degli svizzeri agli appuntamenti elettorali tutto sommato è piuttosto bassa. Certo, varia molto in base al tema, ma raramente si supera il 40 per cento. Ma il quorum non esiste. E il risultato del referendum è sempre valido, a prescindere da quante persone abbiano votato.
E poi si arriva anche alle forme più spettacolari di democrazia diretta. Nelle votazioni di piazza nei piccoli cantoni rurali dell’Appenzello Interno e Glarona, tutti i cittadini che godono del diritto di voto si riuniscono in assemblea in una piazza e votano per alzata di mano per eleggere amministratori e deliberare leggi locali.
Ma nonostante la spettacolarità di alcuni casi e le derive populistiche di altri, la democrazia diretta resta uno dei pilastri del modello svizzero. La classe politica sente la pressione della popolazione e procede con attenzione, sia nella spesa del denaro pubblico sia nella produzione legislativa sui temi caldi. I cittadini sono continui controllori della classe politica. In ogni momento una decisione popolare può bloccare i lavori e rimettere in discussione l’operato politico.



LA DEMOCRAZIA DIRETTA

LA  DEMOCRAZIA DIRETTA
La storia della democrazia diretta viene giustamente fatta iniziare con l’esperienza della Grecia di Atene grosso modo dal 400 al 320 a.C. Non ci sono dubbi che i cittadini ateniesi avessero e utilizzassero la possibilità di esprimersi direttamente con la discussione e con il voto sulle tematiche di interesse per la loro città e di decidere. «Direttamente» si esprimevano con un voto per espellere, per periodi più o meno lunghi, ma anche definitivamente, coloro che avessero malmeritato, violando le leggi: l’ostracismo. L’esperienza politica importante dopo quella ateniese non fu tecnicamente «democratica» per un insieme di ragioni, ma soprattutto per le limitazioni al numero dei partecipanti e all’attribuzione del potere politico. Tuttavia, nella Roma repubblicana si tennero elezioni, vi fu rappresentanza politica, si ebbe ricambio regolare nella leadership. Non vi furono, invece, modalità di democrazia diretta. Saltando una lunga fase, sicuramente di eclissi non soltanto della democrazia, ma anche della politica, i Comuni , in Italia più che altrove, ebbero forme di politica e di rappresentanza, ma non di democrazia diretta, vale a dire, di possibilità per la cittadinanza di prendere collettivamente decisioni importanti. Né queste decisioni vennero concesse ai cittadini della florida e ben governata Repubblica di Venezia.
Colui che argomentò vigorosamente la necessità della democrazia diretta, senza dubbio influenzato dal contesto in cui viveva, fu l’illuminista ginevrino J.-J. Rousseau (1712-1778). Non soltanto ritenne che la democrazia non potesse che esprimersi in forma di partecipazione personale e diretta, che garantiva e manteneva la libertà di tutti e consentiva la formazione della volontà generale, ma rafforzò la sua preferenza (e formulazione) criticando la democrazia degli inglesi, l’unica allora effettivamente esistente. Rousseau affermò sarcasticamente che gli inglesi si credevano liberi perché votavano per eleggere i loro rappresentanti. Ma, liberi soltanto una volta ogni cinque anni, erano sottomessi al potere politico per tutto il resto del tempo. In verità, Rousseau si sbagliava. Gli inglesi erano liberi anche nel periodo che intercorreva fra le elezioni. Potevano associarsi, protestare, fare giungere critiche, sollecitazioni e proposte ai loro rappresentanti. Ma la loro certamente fu, fin dagli inizi, ed è rimasta rigorosamente e convintamente una democrazia parlamentare e rappresentativa. Gli inglesi, segnatamente E. Burke (1729-1797), guardarono con preoccupazione e deplorazione ai tentativi effettuati dai rivoluzionari giacobini di introdurre in Francia forme di democrazia diretta, peraltro, di breve e non brillante durata. Infatti, come sottolineò F. Furet, il linciaggio a furor di popolo degli aristocratici e dei preti nel settembre 1792, fu l’atto finale della democrazia diretta, consegnata alla Costituzione giacobina sotto forma di mandati corti dei rappresentanti e di assemblee popolari per la ratifica delle leggi. Venne rapidamente sostituita dalla democrazia rappresentativa, ovvero dalla Convenzione che si assunse la responsabilità di emanare la condanna a morte del sovrano Luigi XVI nel gennaio 1793. Curiosamente, fu sulle altre rive dell’Atlantico, nella nascente democrazia USA, che inglesi, dissenzienti religiosi e loro discendenti, fecero ampio ricorso alla democrazia diretta. I fedeli e i credenti si riunivano nelle loro chiese e nelle loro piazze dove, dopo scambi di idee e dibattiti anche accesi, decidevano, direttamente. Rapidamente, in quelle stesse comunità, spesso piccole, coese e piuttosto omogenee, dal punto di vista religioso e sociale, furono i cittadini a chiamarsi a raccolta, a consultarsi, a riunirsi dando vita ai cosiddetti town meeting. Queste modalità di democrazia diretta non sono mai del tutto venute meno negli Stati Uniti d’America. Nel contesto europeo, di lenta democratizzazione e di faticosa affermazione della democrazia parlamentare, la rappresentanza prese il sopravvento su quel poco che c’era stato, tranne in Svizzera, di democrazia diretta. L’ultima, grande e vivida fiammata di democrazia diretta si ebbe, con la benedizione di K. Marx, nella Comune di Parigi (marzo-maggio 1871), breve e tragico esperimento di autogoverno, nel corso del quale venne anche introdotto un principio, già circolante nel contesto USA: quello della revoca (rappel, recall) degli eletti. Rimanendo in Europa, è la Rivoluzione bolscevica che sembrò aprire nuovi spazi e grandi opportunità alla democrazia diretta con la creazione dei consigli (Soviet) dei contadini e degli operai (anche dei marinai nella breve epopea dell’insurrezione di Kronshtadt). Sarebbe, però, stato davvero sorprendente se quell’accentratore di V.I. Lenin avesse proceduto lungo la strada della democrazia diretta, d’altronde non presente neppure nel pensiero politico di L.D. Trockij. Anche se in Europa, sia a Monaco di Baviera (1919) sia a Torino (1920), vi furono imitazioni di consigli operai rivoluzionari accompagnati da autogestione delle fabbriche, qualsiasi velleità rimasta di democrazia diretta venne spenta in Unione Sovietica dall’ascesa di I.V. Stalin. Il partito unico è totalitario: altri spazi politici sono inesistenti. Al di fuori del partito nessuna attività politica è concessa. Dentro il partito rimane il centralismo democratico ovvero il dominio della segreteria, il centro, sulla democrazia.
Nella maniera che si conviene a una democrazia decentrata, cangiante ed effervescente, elementi di democrazia diretta continuavano a sussistere un po’ dappertutto sul territorio statunitense. Nessuna ricognizione è possibile proprio per la manifestazione spontanea e non regolamentata di quelle esperienze. Volendo, si potrebbe tornare alla famosa dichiarazione di A. Lincoln a Gettysburg (1863) sulla democrazia: «government of the people, by the people, for the people». Il popolo si esprime attraverso (of) le elezioni, ma può anche governare direttamente (by) e il governo deve perseguire l’interesse (for) del popolo. L’affermazione e il consolidamento della democrazia parlamentare rappresentativa fatta funzionare dai partiti, essenziali a una democrazia di questo tipo, cancellò, tranne che in Svizzera (incidentalmente, caso di democrazia federale con forma di governo direttoriale), qualsiasi «residuo» di democrazia diretta. D’altronde, nelle democrazie dei grandi numeri di elettori, per di più, almeno fino al secondo dopoguerra, con basso livello di istruzione, la rappresentanza attraverso i partiti era l’unica garanzia che interessi e preferenze della maggior parte degli elettori venissero effettivamente presi e tenuti in considerazione dagli uomini di partito, dai loro candidati e dai loro eletti, tutti interessati alla rielezione. Di democrazia diretta non si parlò praticamente più per un periodo di diversi decenni, anche se con pochi politici e qualche studioso caddero nell’equivoco, più o meno voluto e consapevole, di identificare la democrazia diretta con l’elezione (popolare) diretta dei capi degli esecutivi, in primis, dei presidenti delle repubbliche latino-americane. Non è così. Ed è egualmente sbagliato pensare che la democrazia partecipativa non possa che essere democrazia diretta. Molte democrazie parlamentari rappresentative sono innervate da solide reti di associazioni, partiti compresi e spesso centrali, che garantiscono ampie possibilità di partecipazione politica. Comunque, tutte le democrazie sono, in qualche misura, partecipative: i cittadini partecipano alle elezioni, oltre che, ogniqualvolta lo desiderino, a qualsiasi attività politica associandosi e manifestando, in una pluralità di forme, approvazione o contestazione. Non è probabilmente casuale che la richiesta di forme e di modalità di democrazia diretta abbia fatto la sua ricomparsa con i movimenti del Sessantotto. Da un lato, si affacciava alla politica una nuova generazione, quella dei babyboomer nati dopo la Seconda guerra mondiale e cresciuti in un periodo di grandi opportunità, aspettative, speranze, nonché attrezzati con un più elevato livello di istruzione. Dall’altro, cominciava a manifestarsi la crisi dei partiti e della loro capacità di comprensione delle nuove domande politiche, non più soltanto ordine e sicurezza e stabilità dei prezzi, ma anche libertà di parola e opportunità di autorealizzazione. Il segnale più forte e più evidente di ricomparsa della democrazia diretta avviene in due situazioni, lontane fra loro e per questo particolarmente significative: l’Italia e la California. Nel 1970, la legge attuativa del referendum, ancorché soltanto abrogativo, aprì la strada in Italia a una lunga stagione referendaria cominciata nel 1974, ma probabilmente giunta a esaurimento nel 2009: 62 referendum svoltisi nell’arco di 35 anni. In California, il referendum è più correttamente un’iniziativa legislativa popolare che viene sottoposta da un certo numero di elettori (ma, oggi, da potenti lobbies in grado di raccogliere le firme necessarie) a tutti gli elettori. La nuova fase iniziò con la dirompente Proposition 13 che ridusse significativamente le tasse sulle proprietà immobiliari e che, incidentalmente, aprì la strada alla «rivoluzione neoconservatrice» del futuro presidente R. Reagan. Continua con la possibilità di «mettere» sulle schede elettorali per tutte le consultazioni importanti tematiche da decidere per via referendaria (di recente, la più frequentemente inserita è il matrimonio fra persone dello stesso sesso). La maggior parte delle democrazie parlamentari (e semipresidenziali) europee sono rimaste relativamente estranee a spinte e fenomeni di democrazia diretta. Tuttavia, praticamente ovunque in Europa si sono avuti referendum, in particolare concernenti tematiche europee, adesione e approvazione dei trattati. Persino la patria del modello Westminster, nella quale il Parlamento è sovrano, ha delegato agli elettori attraverso un referendum tenuto nel 1975 la sua adesione all’allora Comunità economica europea. 
Dal punto di vista della teorizzazione, hanno fatto la loro comparsa almeno due fenomeni di notevole rilevanza: da un lato, la democrazia deliberativa, dall’altro, il bilancio partecipativo. La prima è essenzialmente uno strumento complesso e delicato che mira a raccogliere le preferenze dei cittadini, a istruirli, a plasmare una decisione largamente condivisa attraverso forme di coinvolgimento e modalità di apprendimento e di decisione. Ovviamente, il livello di applicazione è quello delle comunità municipali. Il bilancio partecipativo è, invece, davvero uno strumento di democrazia diretta con il quale i cittadini decidono come, a quali attività, in che modo devolvere una parte del bilancio della loro comunità. 

Infine, secondo alcuni, la democrazia diretta sta finalmente per diventare possibile grazie alla disponibilità degli strumenti tecnologici più avanzati e moderni. Mentre, comunque, negli USA ritornano alla ribalta veri e propri town meeting, almeno come situazione nella quale gli eletti, persino il presidente B. Obama, accettano di partecipare e confrontarsi oppure, addirittura, li fanno organizzare, la California ha nuovamente offerto un esempio della effervescenza (e volubilità) della sua politica producendo nel 2003 il secondo esempio di revoca (recall) popolare di un governatore in carica. L’unico altro caso si verificò in precedenza nel Nebraska nel 1921. Grazie a Internet sembra diventare possibile una sorta di agorà telematica nella quale i cittadini, con un minimo di digital divide, vale a dire di diseguaglianza fra categorie – giovani e anziani, istruiti e no, che hanno accesso e possibilità differenziate –, godono della enorme opportunità di comunicare fra loro, per es., con i blog, e, eventualmente, persino di decidere in tempo reale. Grandi sono i rischi per una democrazia che non sia soltanto diretta, ma anche «istantanea». E, anche chi voglia andare oltre ovvero, piuttosto, arricchire la democrazia rappresentativa, sente che si pone il problema: ma la democrazia è decisione oppure è «conversazione per la decisione»? 

martedì 15 dicembre 2015

N° 2) Itinerari, vita di un Santo
SAN FRANCESCO DI SALES
Il comunicatore; un esempio di stile e comportamento per la Chiesa  e per i cristiani di ogni tempo

Di nobili origini, vasti studi giuridici e teologici grandi doti di comunicatore, fondatore di un ordine religioso, sacerdote e vescovo, dottore della Chiesa, patrono dei giornalisti e degli scrittori cattolici. Francesco nasce il 21 agosto del 1567 a Sales nel castello di famiglia di Thorens, pochi chilometri a nord di Annecy a sud-ovest di Ginevra, nell’odierna Francia, e nell’allora ducato di Savoia. In una terra di confine geografico e confessionale, dopo la ribellione calvinista, è capace di coniugare una solida dottrina con il confronto con le altre confessioni religiose. Senza scontri e inutili dispute ma con la forza della carità e la chiarezza del pensiero. “Odio, scrive San Francesco di Sales, tutte le contese e le controversie che non approdano a nulla e che si risolvono in un vanissimo sfoggio di garrula vanità”. Per comprendere la sua personalità ci resta anche la testimonianza di Enrico IV, re di Francia, suo contemporaneo, che lo definisce un uomo “veramente raro: devoto, colto e gentiluomo, gentile e umile, profondamente pio ma privo di inutili scrupoli”. Un uomo che vive le sfide del suo tempo, la predestinazione, i dubbi sulla presenza reale di Gesù nell’eucarestia e le affronta con coraggio . Fin da piccolo manifesta la volontà di farsi sacerdote, ma non lo rivelerà al padre per molti anni anche se ha già le idee ben chiare. A 11 anni, secondo i costumi del tempo, riceve la tonsura e “ da quando avevo 12 anni, confida San Francesco di Sales a Madre Angelica Arnauld, mi ero risoluto così fortemente di essere della chiesa che neppure per un regno avrei cambiato idea.
Gli studi a Parigi e Padova: Il padre lo avvia all’educazione cavalleresca e la madre gli trasmette il senso cristiano della vita: lascia a lui un ricordo indelebile tanto che San Francesco di sales era solito dire: “ il mio Dio e mia madre mi amano tantissimo”.
A 15 anni è già a Parigi per studiare retorica e teologia. Nel 1587 passa attraverso a una terribile prova spirituale: è convinto che Dio lo abbia predestinato alla dannazione eterna. La supera pregando Maria e trovando la soluzione in un amore completamente disinteressato per il Signore. “possa io amarti in questa vita se non ti posso amare nell’eternità. Che io possa almeno utilizzare ogni momento della mia breve vita per amarti”. Inviato, dal padre, l’anno dopo è già a Padova per seguire gli studi di Giurisprudenza. Ci sono grandi progetti su di lui: il Senato di Savoia e il fidanzamento con l’ereditiera Francesca Suchet de Mirebel. Francesco la incontra e dice al padre : “ho visto mademoiselle, ma ella merita meglio di me” . Il genitore non sa che il figlio intende essere fedele al voto di castità fatto a Parigi e rinnovato a Padova e a Loreto. Poco dopo arrivano da Torino le lettere patenti che nominano Francesco senatore di Savoia e le bolle pontificie di nomina a prevosto  di Ginevra, che dopo il vescovo è la carica di maggior prestigio.
Sacerdote e vescovo: Di fronte alle circostanze è rotto ogni indugio, Francesco chiede al padre il permesso di diventare sacerdote. Il 18 dicembre del 1593 avviene l’ordinazione nella cattedrale di Annecy. L’anno dopo il vescovo lo invià missionario nella regione montagnosa e impervia dello Chablais, passata dal 1535 ai protestanti. San Francesco di Sales comincia a predicare “a quattro o cinque umili persone”. In pochi anni l’azione missionaria conta ben 25 mila uomini e donne tornati al cattolicesimo. Un successo strabiliante.
Nel 1602 diventa vescovo di Ginevra, ma non potrà mai prendere possesso della cattedrale. Risiede a Annecy, dove continua il ministero. Visita le 450 parrocchie della diocesi e dedica molto del suo tempo all’educazione cristiana dei bambini, adottando il catechismo di San Roberto Bellarmino, fonda l’Accademia Florimontana e scrive diversi libri, tra cui i celebri Introduzione alla vita devota e Trattato dell’amore di Dio.
Carità, dottrina, prudenza: A chi era sinceramente interessato ad una vita cristiana ripete spesso: “  Cercati un uomo per bene, che ti conduca e ti guidi; ecco l’avviso degli avvisi. Bisogna che sia un uomo pieno di carità, di dottrina, di prudenza: se manca una delle tre c’è pericolo”. E’, in fondo, il suo ritratto: affidabile, amabile, ottimista, colto ed equilibrato. “ La vera e viva devozione, dice San Francesco di Sales, vuole prima di tutto l’amore, per raggiungere, attraverso vari stadi, l’unione perfetta con Dio e la sua volontà. Con Santa Giovanna Francesca di Chantal, una vedova che conobbe in Francia, nasce un intenso rapporto spirituale che porterà, nel 1610, alla fondazione dell’Ordine della Visitazione.
Muore il 28 dicembre del 1622 e il 24 gennaio, data della sua ricorrenza, le spoglie vengono trasferite ad Annecy. Il 19 aprile del 1665 è proclamato santo. Il fascino spirituale si estende fino ad oggi e San Giovanni Bosco lo sceglie come patrono del suo nuovo ordine che si dedica alla formazione della gioventù. I salesiani.


E’ il patrono dei Giornalisti:
Per evangelizzare, usava uno stile di scrittura asciutto, senza citazioni dotte, né troppo breve, né troppo lungo. San Francesco era capace di farsi comprendere dalle classi più umili e dai dotti. Quando, nel 1593, fu missionario nella regione protestante dello Chablais, si trovò di fronte a una sfida improba. Quasi per intero, i 60 mila abitanti erano passati al calvinismo. I cattolici erano poche decine. San Francesco di sales non poteva raggiungere tutti ed escogitò un nuovo metodo. Scriveva foglietti volanti, in cui esponeva con sobrietà la dottrina cattolica. Li appiccicava su chiese, muri e case in modo che le confutazioni sugli errori calvinisti potessero circolare il più possibile tra la popolazione.
In un epoca in cui non esistevano i mezzi di comunicazione usò ed inventò un metodo che precorre l’invenzione dei giornali. Per questo il 26 gennaio del 1923 è stato proclamato il patrono dei giornalisti.

Sacerdote zelante e instancabile lavoratore, è considerato il protettore  di quanti si impegnano a diffondere il cristianesimo con ogni mezzo di comunicazione sociale.
N° 1) Itinerari, vita di un Santo
SANT’ANTONIO ABATE
Ala ricerca di Dio. Originario dell’Egitto scelse la vita eremitica ma molti lo seguirono. E’ il protettore degli animali domestici. Si festeggia il 17 gennaio . Il Santo rappresentato con il maiale e la croce tau di colore azzurro. Quest’ultima è il simbolo dell’ordine dei monaci Antoniani.

Il fuoco ed il falò di Sant’Antonio, la benedizione degli animali, protettore dei macellai, dei Vigili del Fuoco, degli animali domestici e persino dei becchini. La popolarità conquistata da Sant’Antonio Abate è senza confini in occidente e oriente e si esprime in tradizioni, detti, feste e simboli. Il suo culto divenne popolare nel Medioevo, quando nel tredicesimo secolo, ne venne divulgata la storia nella Leggenda aurea di Jacopo da Varagine. Da allora, l’iconografia che lo riguarda è ricchissima non solo in Italia ma anche nelle arti figurative nel tardo gotico tedesco. Oggi, ne conosciamo la storia tramite un altro libro, la vita di Antonio, scritta dall’amico  e discepolo Sant’Atanasio qualche anno dopo la morte di Antonio avvenuta il 17 gennaio del 356. Una vita lunghissima, 106 anni, intensa e animata da un desiderio radicale di seguire Gesù nel nascondimento. Antonio non voleva, lo sappiamo da San Girolamo, neanche che si conoscesse il luogo della sua sepoltura quando seppe che un certo Pergamo, un ricco signore dell’Egitto, si riprometteva di erigere una chiesa dopo averne trasportato la salma in un terreno di sua proprietà.
Vende trecento terreni: Antonio nasce attorno al 250 a Coma, l’odierna Quemans, una città sulla riva occidentale del Nilo, nel cuore dell’Egitto, da una famiglia agiata e possidente, con un’attività agricola ben avviata. Tra i 18 e i 20 anni perde entrambi i genitori, e appena sei mesi dopo è già alla ricerca del senso della vita. Si interroga su come seguire Gesù, sull’esempio degli apostoli che avevano abbandonato ogni cosa per seguirlo. Improvvisamente, una mattina, entrando in chiesa, trova la risposta. “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi e avrai un tesoro nei cieli”, recita il Vangelo del giorno: Per Antonio quelle parole, che aveva già ascoltato in passato, risuonano  in maniera nuova: questa volta sono rivolte a lui. Quindi uscito dalla chiesa, vende trecento campi molto fertili che aveva ereditato dalla sua famiglia. Ciò che ne ricava lo dona ai poveri  riservandone una parte per la sorella minore. Ma non gli basta.
“Non angustiatevi per il domani” è la parola di Gesù che lo convince a fare l’ultimo passo. Dona anche quello che gli era rimasto, affida la sorella, con una somma di denaro, a una comunità di vergini consacrate a Dio e si fa eremita.
Le lotte con il demonio: Da eremita Antonio conduce una vita dura, da solo, in un villaggio vicino alla sua città. Si dedica alla preghiera, alla lettura della sacra scrittura, ai lavori manuali per mantenersi. Ma Dio lo mette alla prova, lo sottopone a terribili tentazioni con il demonio, pensieri osceni, quasi peggio se avesse condotto una vita cristiana come tutti. Vacilla, ma altri eremiti lo incoraggiano ad andare avanti, a fare una scelta ancora più profonda. Si trasferisce in un antica tomba scavata nella roccia, veste solo di un rude panno e si isola da tutti per cercare l’unione con Dio, pura, assoluta, senza l’inciampo dei fratelli. Ma le tentazioni continuano fino alle percosse ricevute dal demonio. Sono anni di oscurità spirituale, ma non molla e persevera contro ogni evidenza nella fede di Dio.
Le origini del monachesimo: La fama di Antonio cresce: Il cristianesimo è già molto diffuso nell’area e molti lo cercano per colloqui, consigli, parole di sapienza. Lui ha tempo per tutti, ma non è questa la sua vita. Si allontana verso il Mar Rosso, sulle montagne del Pispir presso un forte abbandonato inaccessibile. Qui rimane per venti anni e sopravvive grazie a una fonte d’acqua e un amico fedele che gli lancia i viveri oltre le mura di cinta. E, come più le radici vanno a fondo nel terreno, più cresce la chioma dell’albero, così, più Antonio va in profondità nell’unione con Dio, più accorrono persone che lo cercano e che vogliono seguire il suo esempio. Dal successivo abbattimento del fortino nascono due monasteri, entrambi sotto la sua direzione: uno ad oriente del Nilo, l’altro sulla riva sinistra del fiume. Antonio è ormai persona esperta e può essere un’ottima guida spirituale: un abate . I monaci dimorano ognuno nella propria cella solitaria, pregano e lavorano, ma sono una comunità di eremiti, che vivono nello stesso luogo anche se non legati da regole. E’ nato il monachesimo, quell’ora et labora che sarà codificato duecento anni dopo dalla regola di San Benedetto e che darà vita al monachesimo occidentale.

Il Fuoco di Sant’Antonio:
Nel gergo popolare indica l’herpes zoster, una recidiva del virus  della varicella, molto fastidiosa anche in passato, quando si veneravano le reliquie di Sant’Antonio a Motte-Saint-Didier in Francia nel 1119.
A quei tempi non esistevano rimedi e i malati invocavano l’aiuto del Santo. Per questo motivo in terra francese nascono una confraternita ed un ospedale per assisterli, da cui poi ebbe origine l’Ordine Ospedaliero degli Antoniani. I monaci allevavano dei maiali .
Gli animali potevano vagare liberi per la città se portavano una campanella di riconoscimento, perché con il loro grasso si alleviava l’herpes zoster. Da allora, sant’Antonio è considerato il patrono dei maiali e di tutti gli animali domestici che il 17 gennaio, in occasione della sua ricorrenza, vengono benedetti.


La grotta dell’eremitaggio. Il luogo in cui Antonio si ritirò è situata sul monte che domina il monastero, nel deserto d’Egitto.

martedì 3 marzo 2015

LA VIA CRUCIS

La via Crucis è un esercizio di pietà, molto amato dai cristiani. Esso ripercorre l'ultimo tratto del cammino fatto da Gesù durante la sua vita terrena, dalla condanna a morte al Calvario fino alla crocifissione, morte e sepoltura.
I primi cristiani, e poi numerosi pellegrini, si recavano a Gerusalemme per venerare  la via dolorosa di Gesù. Non potendo però recarsi nella Giudea, si introdusse nell'occidente l'usanza di commemorare la Passione del Redentore percorrendo un dato cammino e soffermandosi dinanzi alle varie rappresentazioni ( 14 "stazioni") .
Storicamente, la pratica della "via Crucis" risale al Medio Evo inoltrato. San Bernardo di Chiaravalle(1153), San Francesco d'Assisi (12269 e San Bonaventura da Bagnoregio (1274), prepararono il terreno su cui sarebbe sorto il pio esercizio. Nella sua forma attuale è attestata nella prima metà del secolo XVII in Spagna, soprattutto in ambienti francescani, successivamente in Italia.
Qui incontrò un convinto propagatore in San Leonardo da Porto Maurizio (1751), frate minore ; egli eresse oltre  572 "Via Crucis" è rimasta famosa quella eretta nel Colosseo su richiesta di papa Benedetto XIV, il 27 dicembre 1750.
Partecipando alla via Crucis, ogni cristiano si unisce alla Passione di Cristo e, restando sotto la sua croce come la Madre ed il Discepolo, accoglie le ultime parole di Gesù e il dono della sua vita per la salvezza del mondo.

giovedì 12 febbraio 2015

IL SI DI MARIA

Un si alla vita in ogni madre e padre

Miriam Maria, una semplice ragazza in un piccolo villaggio, viene chiamata al compito impossibile: diventare madre di chi sarà chiamato " Figlio dell'Altissimo". Compito misterioso, a cui rispondere si. Così Maria mostra all'umanità tutta la santità più piena sta nella pura disponibilità a diventare strumento della volontà generatrice di Dio.
Nessuna storia potrà raccontarecon più chiarezza che donare e accogliere la vita è l'unica esperienza attraverso cui l'umanità può superare se stessa e i propri limiti. L'uomo si avvicina a Dio non quando si basa sulle proprie forze, per costruire la torre di Babele, ne quando insegue tutte le ricchezze o la sapienza di questo mondo, ma quando mette in gioco la sua libertà nel dire si alla vita. Uscendo da se, amando al tal punto da generare una nuova vita. Uscendo da se, amando a tal punto da generare una nuova vita.
Nella maternità della donna, unita alla paternità dell'uomo, si riflette l'eterno mistero del generare che è in Dio stesso.....comune all'uomo e alla donna costituisce una parte speciale di questo comune essere genitori.
Per questo la maternità di Maria è un segno che non riguarda solo le donne, ma chiama l'umanità tutta, uomini e donne, a riconoscere che la grandezza e la verità della propria vita sta fuori di se. Sta nel sapere generare ed accogliere una nuova vita: ognuna un piccolo pezzo di Dio.