geronimo

sabato 6 novembre 2010

GLI EBREI

GLI   EBREI
La storia del popolo ebraico , sia pure arricchita di leggende e di simboli, è contenuta nella Bibbia , il libro sacro. Secondo la tradizione , Abramo, capostipite del popolo ebraico proveniva dalla città di Ur. Narra la Bibbia che Dio ordinò ad Abramo  “Parti dal tuo paese, dalla casa di tuo padre , e và nella terra che io ti mostrerò”. E Abramo partì con la famiglia ed il gregge , e errò a lungo nelle aride steppe e altipiani , finché arrivò nella lontana terra di Palestina , abitata dai Cananei.
Allora Dio gli disse “Io darò questa terra alla tua progenie” , e Abramo si fermò. Da questo momento la storia della civiltà ebraica si fa più sicura, esce dai veli della leggenda per essere suffragata da numerose prove , anche archeologiche.
La Bibbia ci racconta ancora che Dio volle mettere alla prova la fede di Abramo imponendogli di uccidere sull’altare il suo unico figlio Isacco, nato quando ormai entrambi i genitori erano vecchi . Abramo anche questa volta ubbidì, ma all’ultimo momento un angelo del Signore lo fermò: Dio aveva visto che l’uomo da lui scelto era pronto a compier ogni sacrificio per obbedirgli , e ciò bastava. 
Le tribù dei nomadi che giunsero nella terra di Canaan erano povere e rozze , stremate dal lungo peregrinare . Ogni sera drizzavano le tende di pelli e ogni mattina le smontavano e le caricavano sugli asini, per guidare il gregge per cercare nuovi pascoli. Quando giunsero nella “ terra promessa” iniziò per questi uomini una lenta trasformazione , che li portò a diventare una popolazione di tipo  sedentario. I pascoli, qui, erano molto ricchi . Non occorreva più spostare di continuo le greggi  affrontando ogni giorno lunghi viaggi. Non era più necessario, perciò, smontare ogni mattina la tenda. Gli accampamenti divenero stabili , si fissarono in località prossime a una sorgente, furono recintati.
I nomadi cominciarono ad apprezzare le comodità della vita sedentaria . Di fronte a loro si ergevano le città dei Cananei , in gran parte ancora indipendenti , con le quali incominciarono a intrattenere rapporti dapprima diffidenti , poi sempre meno ostili. Più tardi arrivarono perfino ad allearsi con loro per combattere altre tribù di nomadi che minacciavano di invadere il territorio. Dai Cananei impararono a coltivare la terra e a non esere più soltanto pastori . In una cosa furono assolutamente intransigenti : nel mantenere intatto il loro  credo in un Dio unico ed eterno, padrone di tutte le cose.
I nomadi ebrei credevano in un solo Dio , terribile e vendicativo , che non voleva ne templi , ne altari. Jahvé, questo era il suo nome, dimorava sulle vette più alte  dei monti e si manifestava  con il fulmine e l’uragano. In suo potere erano le sorti di ogni uomo , come dell’universo intero. Egli poteva creare o distruggere ogni cosa . Questo dio aveva mostrato una predilezione  per il popolo ebraico  scelto fra tutti quelli della terra, e lo aveva legato a se con un rigido patto d’alleanza . Perciò il popolo ebraico si considerava “ il popolo eletto”.
Narra la bibbia  che Giuseppe , figlio di Giacobbe, fu venduto dai fratelli invidiosi a lui ad alcuni mercanti , i quali lo portarono in Egitto. Qui, egli conquistò rapidamente la fiducia del Faraone, tanto da ottenere un alta carica dello stato. Più tardi fu raggiunto da tutta la sua famiglia , che si stabilì in Egitto. Ma qui gli Ebrei crebbero rapidamente di numero e caddero in disgrazia: si temeva che questi stranieri potessero usurpare il potere legittimo del faraone. Furono quindi ridotti in condizioni di semischiavitù . Ma Dio decise di accogliere le loro preghiere e sotto la guida di Mosé, li portò fuori dall’Egitto , verso l’antica patria , la terra di Canaan. La storia di Mosé riassume tutta la fiducia degli Ebrei nel loro Dio, che aveva promesso di non abbandonarli in nessuna occasione.
Gli Ebrei sono da molto tempo in Egitto e i faraoni dapprima benevoli verso di loro, li stanno ora perseguitando sempre più duramente . Un faraone, per sterminare la razza, ordina di uccidere tutti i bambini ebrei, ma uno di questi si salva e viene addirittura allevato alla corte del faraone. Si chiama Mosé cresce, conosce la raffinatezza della corte Egizia, ma un giorno Dio lo chiama e gli ordina di portare in salvo il suo popolo: “  Tu andrai dal Faraone e gli ordinerai a mio nome di lasciar partire la mia gente”. Il faraone dapprima resiste, poi li lascia partire. E gli ebrei si mettono in marcia, guidati da Dio che indica loro il cammino di giorno con una bianca nuvola e di notte con una colonna di fuoco. Giunti sulle rive del Mar Rosso, Dio divide le acque perché possano passare,ma nel deserto del Sinai, poco lontano dalla terra promessa, lo stesso Dio impone loro una sosta di quaranta anni nel deserto: dovranno purificarsi prima di entrare nella terra di Canaan. E’ qui che Mosè riceve da Dio sul monte Sinai le tavole della legge.
I primi sacerdoti ebraici erano indovini e veggenti e predicavano il volere di Dio ed erano particolarmente numerosi nella città di Silo, dove era custodita l’Arca Santa. Era questa un rozzo trono portatile, di legno, costruito appunto durante la lunga marcia che in quaranta anni  aveva portato gli Ebrei dall’Egitto fino alla Palestina, attraverso il deserto del Sinai. Nell’arca erano conservate gelosamente le tavole della legge, unico riferimento materiale al Dio in cui gli Ebrei credevano . L’arca veniva esposta al pubblico solo in occasioni eccezionali; di solito era custodita nel sancta sanctorum.
Le tribù nomadi giunte nella terra di Canaan impiegarono circa 300 anni  a fondersi con i Cananei e formare un popolo unico con essi: verso il 1000 a.C. il processo di fusione era compiuto. Fino a quel momento non si può dire che esistesse un vero stato ebraico : questo popolo che aveva ancora nel sangue  l’istinto nomade non aveva confini  segnati nettamente; soprattutto non sentiva il bisogno dell’unità,  e le varie tribù avevano conservato ciascuna una propria autonomia.
Quando il processo di fusione con i Cananei fu completo, il nuovo popolo sentì tuttavia il bisogno di darsi un capo che lo governasse e che avesse giurisdizione su tutte le tribù. L’idea non nacque subito. Dapprima le tribù nominarono dei giudici con la funzione  di capi supremi dell’esercito, in occasione di incursioni nemiche ; poi i giudici conservarono il loro potere anche in tempo di pace. Qualcuno ebbe addirittura tanta autorità da riuscire a riunire sotto  il suo comando tutte le tribù di Israele.
Il vero atto di nascita della nazione ebraica fu segnato dal grande sacerdote Samuele, che la bibbia esalta come uno dei maggiori personaggi di tutta la storia ebraica . Siamo nel XI secolo a:C. e sulla terra d’Israele si profila un ennesima minaccia d’invasione. Questa volta la minaccia viene dai Filistei, un popolo laborioso e intraprendente che ha i suoi centri maggiori sulla costa mediterranea. Gli Ebrei sono in un periodo di crisi , di rilassatezza , e vengono in breve clamorosamente sconfitti. Quasi tutte le loro terre passano in mano ai Filistei. Allora interviene Samuele, con il suo prestigio morale, a scuotere le tribù. Ispirato da Dio, egli nomina Saul capo supremo dell’esercito ebraico, con l’autorità su tutte le tribù, lo unge con l’olio sacro e lo proclama re. Ma Saul non si mostra all’altezza del compito ; anzi , dopo i primi successi , subisce una sconfitta dietro l’altra, e muore con tre dei suoi figli in una definitiva sanguinosa battaglia .Samuele unge David nuovo re Alla testa dell’esercito, David porta alla riscossa Israele. Di vittoria in vittoria giunge sotto le mura di Gerusalemme , una città che mai gli Ebrei erano riusciti ad espugnare: la conquista e ne fa la capitale. Qui, egli, regnò poi per quaranta anni, dal 1013 al 973 avanti Cristo.
David morì dopo un lungo regno, ma funestato da numerose tragedie familiari. Gli successe uno dei figli, Salomone, che in precedenza era stato unto re dai sacerdoti. Cresciuto in una reggia in un ambiente fastoso, Salomone aveva un grande amore per il lusso. Il suo regno fu splendido, perché amò circondarsi di tutto ciò che di meglio offriva il mondo antico. L’impresa più memorabile  di Salomone fu la costruzione del tempio di Gerusalemme, il primo in muratura eretto dagli Ebrei al loro Dio. Egli diede inoltre un grande sviluppo ai commerci, ma oberò di tasse gli agricoltori e gli artigiani, tanto da provocare malcontento e ribellione. Quando morì, nel 935 a.C., il regno tanto faticosamente consolidato da David si scisse in due: da questo momento gli Ebrei saranno  divisi nei due regni di Giuda e di Israele.
Durante il regno di Salomone si era diffuso presso gli Ebrei il gusto per il lusso, e un eccessivo attaccamento per i beni terreni. Si era ormai ben lontani dalla povertà pastorale che aveva caratterizzato la vita degli Ebrei nomadi nel deserto. Qualcuno però sentiva l’esigenza di tornare alle origini, di liberare il popolo da tutte le contaminazioni pagane che la ricchezza aveva portato con sé.
Appaiono così alcuni uomini che si dicono ispirati a Dio e che predicano il ritorno alla povertà, in nome delle antiche  gloriose tradizioni: sono i profeti. Si tratta in genere di conservatori intransigenti, che rifiutano non solo la ricchezza, ma anche ogni innovazione, rifiutano cioè in blocco il progresso. La loro predicazione fu spesso contrastata, ma aiutò a mantenere e consolidare la coscienza nazionale anche nei periodi più neri della storia d’Israele..
Alla morte di Salomone, il regno d’Israele riuscì a mantenere la propria indipendenza fino al 725 a.C., mentre il regno di Giuda continuò a difendersi dai nemici esterni fino al 586. In questo anno però dovette soccombere alle potenti schiere dell’esercito Babilonese. Gerusalemme fu invasa e rasa al suolo dai vincitori. Anche il meraviglioso tempio di Salomone fu distrutto dalle fondamenta.
Fu un colpo terribile per gli Ebrei, che si vedevano così abbandonati da Dio. Secondo l’uso del tempo, la popolazione superstite della Palestina fu deportata. Gli Ebrei dovettero subire un lungo esilio a babilonia, dove erano costretti a lavorare come schiavi. Ma i profeti mandati da Dio li aiutarono a mantenere vive le usanze dei padri, infondendo negli animi la speranza di un prossimo riscatto. E il riscatto venne infatti, meno di cinquant’anni dopo  la disfatta: gli eserciti Babilonesi furono sconfitti da Ciro, re dei Persiani, il quale conquistò Babilonia e lasciò gli Ebrei liberi di tornare nella loro terra lontana.
Dopo l’esilio babilonese, gli Ebrei si dedicarono alla ricostruzione  del tempio di Gerusalemme. Il loro capo Neemia innalzò nuove mura intorno alla città. Tuttavia l’esperienza della deportazione aveva prostrato gli Ebrei, che non riuscirono più a ricostruire  lo stato forte e indipendente di u7na volta . Qualche tempo dopo Alessandro Magno annetteva la loro terra  al suo già vasto impero. E anche quando questo impero si sfasciò, la Palestina passò sotto il protettorato degli Egizi, poi sotto quello dei Seleucidi di Siria.
Nel 63 a.C. Pompeo vi portò infine le legioni romane, e ridusse la Palestina al semplice rango di provincia. Vi fu, è vero, al tempo della nascita di Gesù , l’effimero regno di Erode, ma questo re era solamente un vassallo di Roma, senza alcuna autorità propria. Più tardi , per motivi religiosi e politici, gli Ebrei tentarono un insurrezione contro Roma e fu la fine. Tito venne con un forte esercito, e dopo un lungo assedio prese Gerusalemme e la fece incendiare e radere al suolo senza pietà (70 d.C.).

mercoledì 3 novembre 2010

I PERSIANI


I   PERSIANI

Circa un millennio prima di Cristo, le vastissime regioni che dal Reno e dal Danubio si estendono attraverso la Russia meridionale e il Tukestan fino ai laghi di Aral e di Balcash erano abitate da tribù dette degli Arii  che, per secoli, erano vissute allevando bestiame e praticando svogliatamente l’agricoltura: un agricoltura che esauriva rapidamente il suolo e che imponeva la necessità di cercare nuove terre non ancora sfruttate. Fra gli animali domestici figurava anche il cavallo, che gli Arii sapevano domare e allevare con gran cura e che aggiogavano a bighe leggere. Questo mezzo di comunicazione aveva agevolato le continue migrazioni.
Gli Arii conoscevano e usavano i metalli, e in special modo il rame; abitavano in villaggi che avevano cura di recintare con fortificazioni. Ignoravano la scrittura.
Onoravano parecchie divinità, incarnazioni delle grandi forze della natura . Il padre era signore e padrone assoluto della famiglia: nel consiglio dei padri si ergeva la figura dell’anziano “ pastore del popolo” al quale tutti obbedivano.
Gli Arii, dopo avere vagato per un millennio da oriente a occidente, scesero verso il sud, imboccarono la via dell’altopiano iranico. Si trattò da principio di infiltrazioni di piccoli gruppi, in parte assimilati dalle popolazioni caucasiche della zona.
Fra gli Arii invasori si distinsero due tribù, i Medi e i Parsua (Persiani) ; avevano ambedue superato le catene del Caucaso  penetrando nella regione nord-occidentale dell’Iran.
I Medi erano un bellicoso popolo di cavalieri: adopravano l’arco e la spada, e si proteggevano con elmi e corazze di lamine di bronzo. Non si servivano del carro da guerra, ma combattevano montando a cavallo: un’innovazione nell’arte della guerra che doveva vederli alla fine vincitori degli antichi imperi della Mesopotamia.
Il capo Dayakku fermò la propria tribù nel territorio ove sorge la moderna Namadan  e dove sorgeva un accampamento militare fondò la capitale Ecbatana , che vuol dire appunto luogo di riunione . Vi costruì un palazzo cintato da sette mura, ognuna colorata differentemente; i vari colori stavano a simboleggiare il sole, la luna e i pianeti, a imitazione babilonese. Anche nell’etichetta di corte imitarono le sontuose usanze babilonesi.
I Persiani, al contrario dei Medi, che si erano ormai insediati nel loro territorio, continuarono a spostarsi verso sud-est. Guidati dal re Theispe  avevano esteso il dominio cacciando dai loro territori i popoli di stirpe elamica, e avevano fatto della località che chiamarono Perside la loro nuova patria e il centro della loro civiltà.
I Persiani, durante la migrazione, erano stati assaliti, a ovest del lago Urmia , dal re Assiro Salmanassar  , ma avevano resistito all’urto  delle forze nemiche e, grazie alla velocità dei loro carri prodigiosi, avevano potuto allontanarsi senza subire gravi danni.
Acerrimi nemici dei Persiani furono gli stessi Medi che, gia organizzati nelle loro città quando i Persiani erano appena arrivati in quei territori, non vedevano di buon occhio questo popolo industrioso e agguerrito che un giorno avrebbe potuto dare del filo da torcere, e che bisognava toglier di mezzo prima che divenisse troppo pericoloso.
Il re medio Fraorte , successore di Ciassarre I, a sua volta successore di Dayakku, mosse all’invasione della Perside, assoggettò i persiani e fondò il primo impero medo-persiano .
I Persiani impararono a leggere e scrivere nella loro nuova patria. Dai Babilonesi presero la scrittura cuneiforme, semplificandola al massimo e riducendola a un alfabeto; dagli Elamiti, che avevano assoggettato, assimilarono la lingua.
Settecento anni avanti Cristo giunse sull’altipiano un profeta, Zarathustra. Predicava una religione nella quale vi è un dio supremo (il saggio signore)  creatore del mondo.. Il mondo per sua natura è buono , ma viene corrotto dall’assedio  dello Spirito Maligno , che sarà sconfitto alla fine dei tempi quando anche il mondo fisico  verrà rinnovato e santificato .
Zarathustra convertì alla sua religione un re Persiano , un non identificato re Vishtaspa, e compì strepitosi miracoli, ma finì ucciso da nemici invidiosi.. Il profeta Zarathustra lasciò la sua dottrina in un libro sacro: l’Avestà , composta da una serie di inni detti Gàthà . Il testo prima trasmesso oralmente e poi raccontato in ventun fasci  di pelle di bue (in tutti 12.000 pelli) e scritto a lettere d’oro con una scrittura fonetica  in antico dialetto iranico (che si distingueva nettamente  dal persiano) , venne conservato nell’archivio dei re persiani  nella città di Persepoli. Fortunatamente ne furono eseguite due copie. Una andò distrutta quando Alessandro il Macedone fece incendiare il palazzo reale; l’altra fu trafugata e portata in Grecia.
La città di Persepoli sorgeva su una piattaforma artificiale composta di mattoni e bitume , alta 20 metri e circondata da mura. Su un terrazzo sopraelevato  si ergeva il palazzo di Serse con una superficie di 10.000 mq.
Il palazzo era una delle meraviglie architettoniche del mondo antico. In esso si aprivano grandi sale con il soffitto sostenuto da innumerevoli colonne , e con le pareti ornate da bassorilievi  raffiguranti ora la lotta fra il leone e il toro, ora scene di caccia del re accompagnato dall’esercito.
La concezione a terrazze derivava da Babilonia , ove le condizioni climatiche inducevano  gli abitanti a sfuggire  dall’afa dei piani bassi aumentando l’altezza delle costruzioni..
Uno dei passatempi  preferiti dai re e dai nobili era la caccia, che veniva esercitata in quegli immensi parchi recintati da mura  che si chiamavano “ paradisi” . In antico persiano  “ paradaiza” sta per “recinto” . Quattro ruscelli attraversavano  in croce il parco ove sorgevano  comode capanne , granai e scuderie per il re e il suo seguito; sparse per tutto il parco gorgogliavano fontane . Arma da caccia era l’arco, che però si distingueva dall’arco di guerra ben più robusto e possente.
Quando ancora in occidente si levigava l’argilla , gli artigiani persiano-babilonesi  preparavano  il laterizio di rivestimento  a impasto prevalentemente siliceo, ricoperto di smalto vitreo policromo. I grandi rivestimenti murari, formate da mattonelle in rilievo vetrificate, ci sono giunti quasi intatti grazie al metodo di vetrificazione del prodotto.
La reggia aveva una propria officina, che raggruppava i migliori artigiani dell’impero. Da un antica iscrizione persiana su un anfora  d’argento,  si apprende appunto che l’oggetto è stato fabbricato “ nella casa del re”.
Susa era anticamente un villaggio elamico che sorgeva lungo il basso corso del fiume Tigri. Mancava la pietra, e le sue costruzioni fortezze erano fatte esclusivamente di mattoni cotti al sole.
Fu incendiata , forse dai predoni, e sulle macerie ancora fumanti sorse un’altra Susa più bella e invitante. La mitezza del suo clima la fece eleggere a rango di città capitale , e lì i re persiani andavano a riposare. Il palazzo del re era organizzato attorno ad un cortile centrale ornato di mattonelle multicolori. Nelle sale dette dell’Apadana vi erano colonne alte una ventina di metri che sorreggevano un capitello formato da figure taurine sulle cui corna poggiavano enormi travi sostenenti le terrazze.
L’immenso impero persiano era diviso in venti province, dette satrapie . Faceva eccezione  la Perside, considerata culla della dinastia e centro dell’impero, che godeva di una posizione privilegiata e non pagava le tasse.
Un nobile persiano era inviato quale satrapo (protettore del regno) nella provincia a cui era destinato con amplissimi poteri civili, ma non militari. A lui obbedivano incondizionatamente i capi locali, sia religiosi che civili .
Le forze militari di ciascuna satrapia erano sotto il comando di un alto ufficiale persiano, indipendente dal satrapo e responsabile di quanto avveniva in quel settore militare..
Grazie a questa ripartizione , si verificava  il controllo scambievole  fra il potere civile dei satrapi e il potere militare dei comandanti, ambedue responsabili di fronte al re.
Una volta fondato l’impero, il governo centrale della Perside, costituito dal re coi suoi anziani, stabilì che le varie province  dell’impero offrissero alla corte , in misura non fissa, dei “doni”.
Grazie alla coniazione della moneta, stabilita dal sovrano Dario I (522-485) , fu possibile una migliore regolazione del sistema di tassazione. Il “darico” era una moneta d’oro che portava impressa la figura la figura del re armato d’arco. Non soltanto circolava nell’impero persiano, ma in tutto il mondo greco . Fu coniato ininterrottamente fino alla conquista della persia da parte di Alessandro Magno (330 a.C.) .
Soprattutto a Babilonia esistevano vere e proprie aziende , costituite da famiglie ricche  i cui nomi ci sono stati tramandati  grazie al ritrovamento  di tavolette d’argilla  nelle quali tutto veniva documentato. La loro ricchezza via via si rafforzava per la sicurezza di buoni commerci e appalti  che il governo centrale, o il satrapo, concedeva loro per la riscossione dei tributi  nelle varie città e villaggi.
Quando alla piccola amministrazione contadina, che faceva capo al padre e al “ pastore del popolo”, subentrò l’amministrazione centrale dello Stato Persiano , si verificò un vero scompiglio anche nella vita dei singoli individui. Nessuno infatti poté più scegliere liberamente il proprio lavoro perché al posto di quello individuale si sostituì la prestazione d’opera collettiva, dipendente e servile.
Dal Libano arrivava il legno di cedro , mentre altro legno pregiato veniva  da Gandhara e Kirman; l’oro era estratto nelle miniere di Sardi e nella Battriana . Ai Babilonesi erano affidati la lavorazione della terracotta e la fabbricazione dei mattoni. Gli Assiri risolvevano il problema del trasporto del legname da costruzione con gli Joni e i Cari; Medi ed Egizi erano chiamati al lavoro di oreficeria in quanto vantavano in quest’arte un’antica e raffinata tradizione.
Sotto il governo di re Dario fu compiuta l’impresa, iniziata da un faraone egizio, di scavare un canale che congiungeva il delta del Nilo al mar Rosso. Sulle rive di quel canale  una iscrizione in geroglifici egiziani e in persiano cuneiforme ricordava l’impresa leggendaria.
Serse, durante la preparazione della spedizione contro la Grecia, fece anche aprire un canale navigabile attraverso la penisoletta di Acte, allo scopo di poter transitare con l’intera flotta al riparo delle tempeste.
Un grande bacino idrico fu costruito ai confini di cinque territori con la grande diga di Marib: un sistema di sbocchi con chiuse e canali secondari provvedeva alla distribuzione dell’acqua necessaria nei campi. Sia il commercio che la strategia di guerra richiedevano buone strada e sicurezza durante i viaggi. Un’ottima strada imperiale congiungeva la città di Sardi, nell’Egeo , alla città di Susa; inoltre una fitta rete stradale secondaria si apriva accanto alle grandi strade imperiali.
I rari corsi d’acqua venivano superati con ponti in legno sostenuti da pilastri di mattoni e bitume; ma i Persiani si dimostrarono ottimi genieri soprattutto quando, per superare l’Ellesponto (l’attuale Bosforo) , costruirono ponti di barche legate l’una all’altra per aprire una strada all’esercito e colpire alle spalle la Grecia. Un piano che doveva miseramente fallire.
Ciro II era figlio di Cambise I, re dei Persiani, ma vassallo dei Medi. Poco dopo la sua ascesa al trono, costruì la sua nuova capitale Pasargade , le cui rovine si ergono a circa 70 chilometri a nord est di Persepoli.
Ciro approfittò della scontentezza dei cortigiani Medi, del cronico malcontento delle popolazioni soggette e della natura pacifica del loro re, Astiage per iniziare la rivolta . Nel 550 a.C. occupò la capitale Ecbatana. Re Astiage, caso eccezionale nella storia antica, non fu ucciso, ma soltanto fatto prigioniero: aveva inizio il grande impero persiano-medo.
Ciro si volse a consolidare e a estendere l’impero. Nel 547 a.C.  conquistò la Lidia, strappandola a re Creso che fece prigioniero e che condusse a Ecbatana. Fra il 545 e il 539 promosse una gigantesca spedizione che giunse ai piedi del Pamir fin quasi sulle rive dell’Indo. Tornato in patria, si occupò di babilonia. Invasa la caldea, sorprese la città durante una giornata di festa, mentre era mal sorvegliata, e quasi senza colpo ferired si impadronì della città più fortificata tra le altre e giudicata imprendibile.
Era il 538 a.C. quando il luminoso impero babilonese crollò definitivamente . Ciro morì nel 529 a.C. durante una spedizione contro i nomadi del nord. Aveva già dato incarico al figlio Cambise di preparare una colossale spedizione contro l’Egitto.
Il re dei Persiani , comandante supremo dell’esercito, godeva di un potere illimitato ; tutti, anche i nobili, erano ai suoi ordini . Costantemente vegliavano su di lui diecimila guardie del corpo , i famosi “ immortali” armati di arco e di lancia . Vestiva uno splendido manto purpureo  intessuto d’oro ; in capo portava una maestosa tiara incrostata di gemme. Sedeva su un trono tempestato di pietre preziose e davanti a lui era obbligo per tutti prostrarsi  fino a terra.
Cambise , figlio di Ciro , era già da otto anni rappresentante del padre a Babilonia quando assurse al trono. Aveva un fratello , Bardiya , governatore delle regioni orientali , che godeva le simpatie dei suoi sudditi . Cambise, di carattere crudele, fece uccidere il fratello che poteva rappresentare minaccia alla sua supremazia ; quindi, secondo il volere del suo defunto padre, partì per l’Egitto: era il 525 a.C. La marcia attraverso il Sinai fu agevole, grazie all’aiuto dei nomadi che rifornirono  d’acqua le truppe persiane . Quanto alla flotta , Cambise poté disporre di contingenti fornitogli dalle città Fenicie. Trovò il delta del Nilo indifeso e Menfi capitolò. Per una sfortunata circostanza , l’Egitto aveva perduto il vecchio capo Amasi e l’imbelle Psammetico III, non era riuscito a comportarsi  all’altezza della situazione . Il fortunato conquistatore non si rivelò saggio: ordinò cerimonie egizie per la sua investitura a sovrano , fece trucidare i capi della città di Menfi , uccise di sua mano il sacro bue Apis , violò la tomba del vecchio re , fece flagellare i sacerdoti.
Le notizie del suo folle comportamento giunsero in Persia . L’iniziale malcontento si trasformò ben presto in opposizione . Un Medo della stirpe dei Magi  salì sul trono di Susa facendosi passare per l’uccisore di Bardiya . Cambise ne fu avvisato  e mentre, raccolte le truppe, ritornava verso la patria , morì. Chi dice suicida, chi di ferita accidentale.
I Magi erano una stirpe dei Medi nella quale il sacerdozio era ereditario. Essi ordinavano la sepoltura dei morti , anziche lasciare i cadaveri esposti agli uccelli e agli animali rapaci, tradizione che sarà conservata dai sovrani di Persia . I Magi si occupavano di astrologia, di astronomia e di dottrine matematiche , ma non erano indifferenti agli affari  di Stato.
Dario, della stirpe degli Achemenidi, salì al trono  nel 522 a.C. facendo cadere con abilità sulla sua persona la scelta a successore di Cambise.
Nel 500 scoppiò la rivolta degli Joni che conquistarono ed incendiarono Sardi, capitale dell’Asia minore . La guerra si trascinò per alcuni anni , ma nel 491 Dario riuscì  a infliggere una dura sconfitta navale ai ribelli davanti a Mileto , e l’anno seguente riconquistò  la Tracia e la Macedonia che si erano sollevate. In questo modo la serie di rivolte fu definitivamente domata, e fu allora che re Dario fece scolpire in tre lingue (babilonese, elamita, persiano antico, tutte in carattere cuneiforme) un preciso resoconto in un luogo altissimo e inaccessibile sulla parete rocciosa della Bagasthàna , la montagna ritenuta sede degli dei.
La posizione stessa delle iscrizioni , illeggibili a occhio nudo , fanno supporre che si tratti di una dichiarazione del re al Dio Supremo Saggio Signore.
Dario rivolse le sue mire alla Grecia, ma subì una dura sconfitta a Maratona . Preparava la sua rivincita, quando nel 486 a.C. improvvisamente moriva.
Dario III (335-330 a.C.) fu l’ultimo re Achemenide , colui che vide il suo trono e tutto l’impero crollare sotto i terribili colpi di Alessandro il Macedone.
Questi passò l’Ellesponto nel 334 a.C. alla testa di 40 mila uomini , senza trovare resistenza . Le colonie greche furono dichiarate libere . Attraverso la Cappadocia il conquistatore scese nella pianura della Cilicia , e seguendo la costa, incontrò l’armata persiana presso Isso. Il terrore si impadronì di Dario III che fuggì con l’esercito . Cadde la Siria, l’Egitto accolse Alessandro come liberatore e gli rese onori divini.
Dopo avere fondato Alessandria , il Macedone partì per Menfi nella primavera del 331 a.C. L’armata persiana , ricostituita, lo attendeva ad Arbela. I due eserciti si scontrarono .  Quello Macedone , numericamente inferiore , prevenne il pericolo di un eventuale accerchiamento , poi si gettò contro l’ala sinistra e giunse presso il centro , comandato dal grande re persiano. Questi fu colto nuovamente dal terrore , proprio mentre l’esercito persiano stava per riversarsi nel vuoto lasciato dalla falange macedone , e fuggì con un piccolo drappello . Si diffuse la notizia della fuga del re : i Persiani si sbandarono  e Alessandro tagliò loro la strada.
Persepoli fu data alle fiamme . Mentre la città bruciava , e una ad una cadevano in rovina  le sue meravigliose opere d’arte , i suoi tesori, i suoi codici , re Dario III veniva ucciso da due satrapi . La fine del grande impero era segnata.


La battaglia di Maratona:
La battaglia avvenne il 10 settembre del 490 a.C. . Circa 40 mila Persiani combatterono contro 10 mila Ateniesi e 1000 Plateesi comandati da Milziade, e furono costretti a rifugiarsi in disordine sulle loro navi e prendere il largo, con grandi perdite.
La battaglia delle Termopoli:
Leonida aveva costruito un baluardo fra i monti e il mare per tagliare la strada  che da Eraclea portava all’interno , mentre un gruppo di Focesi difendeva i monti . Ma i persiani riuscirono ad aggirare le posizioni prendendo i Greci alle spalle.
La battaglia di Salamina
Fu combattuta il 27 o il 28 settembre del 480 a.C. Le navi Persiane (rosse) avevano chiuso le imboccature dello stretto tra l’isola di Salamina ed il continente per impedire  la fuga alle scarse navi  greche (verdi) . Ma per il loro stesso numero, si trovarono impacciate e furono distrutte dalle snelle navi dei Greci.


martedì 2 novembre 2010

GLI ETRUSCHI


GLI   ETRUSCHI

Le popolazioni insediate fin dalla preistoria in alcune regioni della penisola italiana, e specialmente ai confini con la pianura padana, avevano dato origine a una civiltà piuttosto primitiva, nota come civiltà villanoviana , da Villanova, il luogo in cui più numerosi si sono trovati i documenti della sua esistenza. Negli ultimi anni dell’VIII secolo a.C. i documenti villanoviani si vanno rapidamente  trasformando. . Vasi, utensili, urne funerarie cambiano stile e forma in modo assai evidente . Questo cambiamento così rapido è stato determinato  da un fatto nuovo , cioè dall’arrivo di un nuovo popolo , che si sovrappone al precedente. Si tratta appunto del popolo etrusco , che proprio in questo periodo si affaccia per la prima volta alla storia.
Il mistero delle sue origini non è ancora stato svelato, ma esiste una famosa leggenda , riferita da Erodono, che spiegherebbe in parte questo problema. Essa narra di un re dei Lidi, in seguito ad una grave carestia, fu costretto a dividere il suo popolo in due parti: una delle due, estratta a sorte, avrebbe dovuto abbandonare  il paese e cercare cibo e fortuna altrove. Così avvenne, e la popolazione designata dalla sorte si costruì alcune navi, le caricò dei suoi pochi averi, e guidata da Tirso , figlio del re , salpò in cerca di fortuna.
Dopo varie peripezie, questi Lidi approdarono in Toscana e Umbria, e qui si fermarono, fondando nuove città e cambiando il proprio nome  in Tirreni. Molti studiosi sono propensi a credere che la leggenda nasconda un fondo di verità perché sono molti  gli aspetti orientalizzanti  dei costumi etruschi: dallo sviluppo dell’arte della divinazione, derivata dai babilonesi, al modo di vestire e di concepire l’arte, molto vicino a quello dei Greci.
Tarquinia fu una delle più grandi e più potenti città stato etrusche. Aveva un’aristocrazia raffinata, così influente che riuscì persino a imporre una propria dinastia  alla nascente città di Roma. La leggenda dei re di Roma ci parla infatti  dei Tarquini come ultimi re della città. Nei pressi dell’antica città, in una vastissima necropoli, sono state scoperte più di sessanta tombe con dipinti e affreschi  che vanno dal VI al IV secolo avanti Cristo .
Secondo la leggenda tramandataci da Erodono, gli Etruschi dovevano conoscere bene l’arte della navigazione. Essi infatti erano approdati sulle coste della penisola italiana  dopo un lungo viaggio per mare dalla lontana Lidia. Erano esperti nell’arte di costruire navi solidi e veloci, in quella di affrontare i flutti  e di orientarsi verso i porti lontani. E quest’arte certo non potevano certo averla appresa  dalle precedenti popolazioni  italiche a cui si erano sovrapposti. I Villanoviani infatti erano un popolo sedentario , abilissimo nella lavorazione dei vasi e dei metalli, ma non portano alle avventure sul mare. Le attività marinare degli Etruschi sarebbero dunque un’ulteriore prova della loro provenienza da un'altra regione.
Comunque sia, noi li troviamo nel sesto secolo a.C. dominatori, insieme con i Cartaginesi, di tutto il Mediterraneo occidentale.
I documenti trovati nelle necropoli, le pitture tombali e numerosi altri segni ci attestano senza possibilità di dubbio che, dopo due secoli di grande splendore, la civiltà etrusca improvvisamente declinò. Il motivo del tramonto della potenza di questo popolo va ricercato proprio nella sua organizzazione  politica, basata su città – stato indipendenti. Ogni città era gelosa della propria autonomia, per cui gli etruschi formavano si una nazione dai caratteri ben precisi, ma non avevano un vero e proprio stato.
Così appena ai loro confini si profilò la minaccia di Roma, gli Etruschi, politicamente divisi, non preparati a resistere, furono in poco tempo travolti. Il primo attacco diretto fu sferrato dai Romani contro la potente città etrusca di Veio, e contro la sua alleata Fidene
La caduta di Veio nel 474 a.C. fu un colpo durissimo, anche perché nello stesso anno  la flotta etrusca subì un grave tracollo , essendo stata sconfitta a Cuma dai Calcidesi, stanziatisi lì nel VII secolo a.C.  Veio si riprese, ma qualche decennio dopo fu ancora attaccata dai Romani  e dopo un lungo assedio, nel 396, fu definitivamente sconfitta.
Dopo la sconfitta di Veio le città Etrusche caddero a una a una  sotto la pressione degli eserciti di Roma . La potenza minacciosa dei Romani  aveva indotto finalmente tutte  le principali città – stato  etrusche, dopo che per molti anni  le discordie le avevano indebolite , a unirsi in una lega politica . Roma si trovò così a dover combattere un esercito etrusco  molto agguerrito , ma riuscì ugualmente a sconfiggerlo  presso perugina in una memorabile battaglia.
Anziché proseguire nella conquista e annettersi le varie città etrusche, Roma adottò una politica assai astuta: diede l’impressione di lasciare ancora a questo popolo  orgoglioso tutta la sua libertà , ma nello stesso tempo  si adoperò per diventare l’arbitra di ogni contesa all’interno delle città: ogni volta infatti che tra nobili e plebei  scoppiava una lotta o una contesa, Roma interveniva e col pretesto di riportare la pace insediava nella città propri magistrati. In questo modo, le città etrusche divennero a poco a poco  satelliti di Roma, fedeli al punto che, quando Annibale discese in Italia, non solo non ne approfittarono per sollevarsi e riacquistare l’indipendenza , ma si schierarono contro il nuovo venuto , in difesa di Roma. Questa fedeltà venne infine premiata nel 90 a.C., quando con la legge Julia a tutte le città etrusche  fu concessa la cittadinanza romana, e quindi la completa parità di diritti con gli antichi conquistatori.
Ma la stessa legge Julia segnò la definitiva scomparsa del popolo estrusco come entità distinta dalle altre popolazioni della penisola italiana.
Le comuni credenze religiose furono di fondamentale importanza per l’affermarsi della potenza etrusca. Infatti le singole città – stato sarebbero state incapaci di affermarsi, se non fossero state unite in una federazione che traeva coesione proprio dalla fede e dai periodici incontri delle feste religiose. Gli dei adorati dagli Etruschi erano molti, alcuni locali, altri di origini sicuramente greca. Il dio principale era il potentissimo Tinia , associato con Uni , che corrisponde alla dea Giunone e con Minerva, la Pallade Atena dei greci. L’identificazione di molti dei locali con divinità greche è sorprendente e ripropone il problema  delle origini di questo popolo . Tra le pratiche religiose  etrusche assumeva un’importanza fondamentale  quella della divinazione , praticata dagli aruspici. Questi indovini erano così famosi e accreditati che persino i romani , più tardi li vollero presso di se, e li aggregavano anche agli eserciti che partivano per la guerra..
Ogni città etrusca possedeva numerosi templi, di cui però ci restano  poche tracce , poiché alla conquista romana ben poco rimase in piedi dell’antica architettura etrusca. Uno dei pochi capolavori d’arte sacra giunti sino a noi e un gruppo di due maestosi cavalli alati che adornavano la facciata di un tempio a Tarquinia.
Gli Etruschi usavano costruire le dimore dei morti a imitazione  di quelle dei vivi , e perciò le loro necropoli hanno l’aspetto di estese città, con strade che s’intersecano, tombe che si allineano una accanto all’altra, con belle facciate architettoniche  che imitano le case e i templi. Le forme dei sepolcri variano da luogo a luogo, a seconda dei materiali disponibili.
Dovìera possibile, gli Etruschi preferivano scavare le stanze funebri nel tufo, una roccia tenera tipica delle colline dell’Etruria .Nel tufo, per esempio, sono scavate le grandi tombe di Tarquinia, famose per i bellissimi affreschi dipinti sulle pareti, su uno strato di gesso e calce.
Ancora oggi si continua a scavare per portare alla luce nuove tombe, in varie necropoli; gli scavi permettono di recuperare un incredibile quantità di materiale archeologico, terrecotte, bronzi, piccoli oggetti in metallo finemente lavorato che insieme alle numerose pitture funebri ci permettono di conoscere  fin nei minimi particolari i costumi e la vita  di questo popolo che non ha lasciato una storia scritta delle vicende che lo portarono allo splendore  e alla decadenza.
Di solito le necropoli sono allineate lungo le strade che escono dalla città. Alcune occupano una superficie di vari chilometri quadrati. Purtroppo nel corso dei secoli molte tombe fra le più ricche sono state profanate  dai ladri e saccheggiate. Un esempio abbastanza completo della struttura urbanistica delle città etrusche ci è dato dagli scavi di Marzabotto, che hanno portato alla luce un vasto centro abitato. Dalle rovine dissepolte in questa località abbiamo la conferma che le citta avevano strade rettilinee intersecatesi ad angolo retto, lungo le quali sorgevano grandi caseggiati rettangolari, detti “ insulae” , che più tardi i Romani copiarono.
Le strade erano ben selciate, e fornite di pietre rialzate per il passaggio dei pedoni, qualcosa di molto simile alle moderne strisce pedonali. Quelle principali erano larghe anche quindici metri e dotate di un sistema  di fognature molto perfezionato.. I materiali con cui venivano costruiti case e palazzi erano piuttosto vari: la pietra era usata soprattutto per le fondamenta , mentre per le parti in elevazione si impiegavano in abbondanza mattoni e legname.
Di solito ogni città possedeva nel punto più elevato un acropoli, con templi e altari dedicati ai numerosi dei. Interi rioni erano abitati da stranieri, specialmente Greci, che si dedicavano all’artigianato e al commercio.
Danze e musica sono sempre presenti nelle pitture tombali  etrusche . La musica a quanto ci dicono gli affreschi, accompagnava ogni occasione della vita pubblica e privata. Lo strumento nazionale era il flauto doppio, che vediamo suonare da artisti provetti in numerose scene riportate sulle pareti tombali. Altro strumento molto usato era la cetra. La musica accompagnava le danze in occasione di feste, funerali e banchetti; queste danze dovevano essere eseguite con una grazia singolare, se dobbiamo credere agli affreschi dove le danzatrici si muovono con scioltezza nelle loro leggere tuniche sapientemente drappeggiate..
Il nucleo familiare aveva un importanza fondamentale nella società etrusca. In un’epoca in cui in tutto il bacino del Mediterraneo si conosceva soltanto un solo nome per ogni individuo, gli Etruschi furono i primi a introdurre l’uso del nome di famiglia accanto a quello personale; quest’uso, adottato poi da Romani, è quello oggi vigente presso tutti i popoli civili..
Le famiglie legate da vincoli di sangue più o meno lontani formavano dei gruppi solidali, dei veri clan, in mano ai quali era praticamente il governo delle città. Dapprima questo governo fu esercitato da delega dal Lucumone, una specie di re che aveva potere  giudiziario e militare; poi, al tempo della repubblica, il governo fu esercitato direttamente dai membri più influenti delle maggiori famiglie della città. All’interno della casa la famiglia era concepita nella piena parità di diritti e doveri tra uomo e donna .
Gli etruschi poterono diventare un popolo forte e temuto grazie, alla ricchezza accumulata con i commerci e grazie alle abbondanti risorse   del suolo e del sottosuolo. Le dolci colline dell’Etruria producevano olio e cereali in abbondanza e il sottosuolo era particolarmente ricco di minerali. Dall’isola d’Elba, si estraeva il ferro, che veniva poi fuso e  e lavorato a Populonia, considerata il maggior centro siderurgico del mondo antico. Dalle colline metallifere si ricavava rame, piombo, argentifero, zinco e ancora ferro. Dalle Alpi Apuane si potevano ottenere marmi preziosi. Tutte queste materie prime, grezze o lavorate, alimentavano un vasto commercio. Le navi etrusche trasportavano poi i prodotti artigianali e i metalli di questo popolo in tutti i porti e gli empori del Mediterraneo. L’alfabeto etrusco è piuttosto semplice: si compone di 26 lettere, derivate da quelle dell’alfabeto greco, e si scrive da destra verso sinistra . Eppure non è stato ancora possibile decifrare e leggere  i numerosi documenti scritti di questo popolo, rinvenuti negli scavi archeologici.

I MICENEI

I  MICENEI  

Il primo popolo di lingua greca che si sia stanziato sulla terraferma fu quello dei Micenei, così chiamati dalla loro più importante città, Micene, nel Peloponneso. Provenienti da una zona non meglio precisata dell’Oriente, forse incalzati anch’essi da altri popoli in fase di migrazione , nel 1900 a.C. presero possesso dei territori di quella che sarebbe poi diventata  la Grecia classica, dalla Macedonia al Peloponneso. Il loro spirito bellicoso , le loro usanze rozze e primitive  mal si inserivano in un ambiente ricco di cultura e di traffici qual era il bacino orientale  del Mediterraneo in quel tempo. Fu infatti il contatto con i Cretesi e poi con i più lontani Egizi che maturò lentamente la loro civiltà , che li aiutò a dirozzare le loro usanze , i loro costumi, la loro arte.
Dall’inizio del 1500 a.C. i contatti con i Cretesi si intensificarono  a tal punto che le due civiltà , quella minoica  e quella micenea finirono per esprimersi con caratteri affini , a volte perfino identici. Sebbene questo genere di rapporti non sia ancora  del tutto noto nei suoi aspetti culturali più significativi , e tuttavia certo che Micene cominciò a progredire in modo più deciso dopo la conquista violenta di Creta e la conseguente  distruzione di Cnosso . E’ probabile che i pacifici ed evoluti Cretesi , dopo un primo periodo di naturale sconcerto , si siano inseriti felicemente nella nuova realtà politico sociale  in cui i loro conquistatori  li avevano costretti.
Da questo connubio di forza e cultura nacque una nuova civiltà che se per alcuni aspetti può essere considerata naturale continuazione della civiltà minoica , riuscì a differenziarsene in modo netto con il passare del tempo  e finì con il raggiungere una propria fisionomia  nei tre secoli che seguirono .
Quella che era stata la zona d’influenza  di Creta divenne area di incontrastato dominio miceneo . I nuovi padroni non si accontenteranno però di trafficare : spinti da quello spirito di conquista che era loro caratteristico, posero delle nuove basi commerciali sulle coste di altre isole e di altre terre .
Nascevano così colonie micenee a Rodi e a Cipro  e zone fortificate in molte isole del mar Egeo e sulle stesse coste della terraferma.
Micene non era la capitale della Grecia, ma la città più importante di una federazione di numerose città completamente autonome. Le alleanze erano frequenti in caso di guerre che servissero a debellare comuni nemici. In ciascuna città la massima autorità era rappresentata dal re; a questi erano dovute obbedienza e venerazione. Le virtù preliminari di un re  dovevano essere quelle guerriere : l’abilità, il coraggio, la prestanza fisica, la forza. Egli infatti doveva saper condurre il suo popolo ala vittoria  in ogni guerra e dimostrare di essere  il primo e più coraggioso combattente.
Alla sua morte gli venivano tributati onori solenni ed era sepolto in tombe sfarzose che gli garantivano l’immortalità. L’usanza di costruire le città in zone dominanti o facilmente difendibili è antica quanto la storia umana , ma pochi popoli come i Greci seppero sfruttare in modo  perfetto gli elementi  naturali del terreno . L’acropoli (città alta) di Micene ne è un esempio con le sue mura colossali, che la leggenda vuole edificate dai Ciclopi, e con la sua perfetta collocazione difensiva. Niente di tutto questo si era visto a Creta, ma quel popolo non aveva sentito la necessità di diventare guerriero. Al sommo dell’acropoli, in posizione dominante,  si ergeva il palazzo reale. Anche qui, come nei palazzi reali minoici, non mancava il lusso e l’eleganza, ma si respirava un aria diversa: era questo il regno della forza, non certo della letizia.
Nonostante il loro sacro culto per la forza e la guerra, i Micenei si distinsero anche in opere di pace, specie nel periodo aureo della loro civiltà che raggiunse il massimo splendore tra il 1300 e il 1200 avanti Cristo, Per quanto riguarda il campo dell’arte, oltre che nelle possenti costruzioni essi si cimentarono in opere di scultura; ne è testimonianza la porta d’ingresso all’acropoli di Micene, sovrastata da una scultura di notevoli proporzioni raffigurante due leoni rampanti. Si ritiene che quest’opera sia la più antica scultura Greca.
Oggetti preziosi in oro, trovati nelle tombe degli antichi re, testimoniano un arte orafa assai evoluta. Fra tutte basterà ricordare la bellezza addirittura raffinata della coppa d’oro portata alla luce negli scavi di Vaphio; essa è costituita da due lamine d’oro, una interna liscia e una esterna sbalzata ricca di elementi decorativi di perfetta fattura. Essa appare subito come opera d’arte di rara perfezione.
L’immagine ricorrente di un tori che galoppa con armoniosa eleganza induce a supporre una più o meno diretta influenza minoica. Ma il campo nel quale balza evidente l’influsso cretese nell’arte micenea è soprattutto quello della pittura; le decorazioni che sono state ritrovate, specie a Tirino e a Micene , portano segni indubbi della loro paternità : le forme, i colori, i personaggi, i loro atteggiamenti e perfino le acconciature femminili sono somigliantissimi a quelli cretesi. Tutto questo ci dice come i costumi, le usanze, la vita stessa della Grecia si andassero modellando su quelli degli abitanti di Creta. Dai vasai di Cnosso e Festo appresero l’arte di costruire, modellare e decorare con gusto i vasi di terracotta. Dai tessitori e dai sarti isolani ereditarono l’amore per le stoffe e i vestiti policromi e ben modellati che mettevano in risalto la persona e davano spicco alla bellezza muliebre.
Omero, il grande cantore greco, narrando le vicende di questi greci antichi, gli Achei, riflette il senso del dramma che sempre incombeva su di essi. Pur nella finzione drammatica dei suoi grandi poemi, “ l’Iliade e l’Odissea”, è avvertibile un modo che poco spazio lasciava alla dolcezza della vita, tutto proteso  in un ideale di potenza e di virtù guerriere che incupiva l’esistenza quotidiana del popolo. La stessa  guerra veniva combattuta senza esclusioni di colpi, con un ardore che molto spesso sconfinava nella ferocia e si concludeva quasi sempre con la completa strage dei vinti.
Nei periodi di pace tra una guerra e l’altra, rari in verità i Micenei sfogavano il loro spirito bellicoso nella caccia. Una fiera li affascinava sopra tutte, il leone. Agile, forte, feroce, superbo, nelle sue qualità era degno avversario per guerrieri tanto consapevoli del proprio valore. La materia prima non mancava: dalle montagne circostanti i leoni scendevano a far strage di greggi nella fertile pianura, dove pastori e contadini erano intenti nei quotidiani lavori. I giovani affrontavano le fiere con l’impeto di uno scontro militare. Le loro armi erano le stesse dei combattimenti: lancia, spada e un corto pugnale per il corpo a corpo. La lotta era quasi sempre cruenta e accanita. Se il cacciatore non  riusciva ad abbattere il leone al primo colpo di lancia, se solo lo feriva, questi si scagliava contro di lui con impeto e ferocia tali da terrorizzare qualsiasi intrepido combattente. Non era raro il caso che la vittoria arridesse al leone.
In questo caso gli amici non piangevano l’eroe ucciso: quale premio migliore infatti poteva aver egli sperato in tutta la sua vita, se non quello tanto sognato di morire combattendo?
Anche i traffici marittimi e l’interesse per gli scambi attraverso le grandi vie commerciali erano per i Micenei un campo di attività ereditato dai Cretesi. Con una differenza però: appena era possibile essi si trasformavano da commercianti in pirati; assalivano le navi ricche di mercanzie e se ne impadronivano. Non che essi fossero gli unici in questa professione di rapina, ma furono certamente i più abili e decisi.
I Greci, o Achei, appresero dai Cretesi anche la scrittura; non quella geroglifica, e nemmeno una più tarda scrittura detta “ lineare A” (entrambe ancora indecifrate) , ma la cosiddetta “ linea B”, di essa si servirono in modo particolare negli scambi commerciali, nelle attività economiche.
L’impresa militare degli Achei rimasta più famosa, grazie soprattutto a Omero, l’immortale poeta che la cantò fu la guerra di Troia . Lo spirito bellicoso di questo popolo irrequieto trovò qui un lunghissimo periodo di gloria e di morte. Ma fu anche la loro ultima grande impresa: passeranno appena poche decine di anni e anche i superbi Achei conosceranno l’onta dell’invasione e della sconfitta. Spetterà proprio a un popolo fratello di lingua, i Dori, il compito di spegnere la civiltà micenea. Era il 1200 a.C.; erano passati 200 anni dalla costruzione della felice Cnosso.


I CRETESI


I   CRETESI

Con parole di schietta ammirazione Omero definisce l’isola di Creta “ bella, grassa, ben bagnata, con grande numero di uomini e novanta città”.
Qual era il popolo fortunato che abitava un isola tanto accogliente ? Da dove proveniva? Gli storici non hanno ancora dato una risposta esauriente a questi interrogativi. Si suppone che gli abitanti di Creta fossero approdati a quei lidi felici verso il 4500 avanti Cristo, dopo esser fuggiti dalla terra ferma, perché incalzati da una colossale migrazione di popoli provenienti dall’Asia Minore.
O forse erano essi stessi elementi di questa migrazione premuti a loro volta da altri popoli. E’ comunque accertato da recenti scavi archeologici che la civiltà cretese ebbe uno sviluppo lento, ma sorprendente, essa ebbe inizio intorno al 3000 a.C. , quando superata l’età neolitica i Cretesi si avviarono a diventare un popolo di alta civiltà, ed ebbe termine nel 1400 a.C., quando il suo splendore e la sua magnificenza furono spenti con la forza  dalle armi dell’altro popolo ellenico destinato a primeggiare, il popolo della grande Micene. Per quasi 2000 anni Creta rappresentò un centro di progresso e di pacifica convivenza: proprio in quest’isola sono da ricercare le radici stesse della più grande civiltà occidentale di tutti i tempi, quella ellenica.
Nel periodo del suo massimo splendore , cioé dal 2000 al 1400 a.C., Creta conobbe momenti di vera grandezza; la sua fama arrivò a tutti i popoli del mondo allora conosciuto. Situata in felice posizione geografica , al centro del mediterraneo orientale, essa divenne il punto focale dei traffici che si svolgevano intensi tra occidente ed oriente. Fu per cosi dire il capolinea di tutte le vie dei commerci del tempo, da quello della seta a quello dell’oro, da quello dello stagno a quello dell’ambra, da quello dei manufatti a quello dei profumi.
Questo incrociarsi di interessi economici fu probabilmente anche l’elemento decisivo che favorì un ricco scambio di conoscenze culturali , sociali e religiose. Nella civiltà cretese sono infatti riscontrabili chiari influssi di altre civiltà, di quella egizia in particolare. Lo testimoniano i colossali palazzi presenti nelle più grandi città e la scrittura di tipo geroglifico.
Un aspetto della vita cretese va sopra ogni altro sottolineato: il carattere pacifico del suo popolo. Da che cosa era determinato un tale atteggiamento , in un periodo così incline alla violenza e alla forza? Sebbene sia sempre arduo interpretare vicende storiche di cui non si abbiano conoscenze sicure, è possibile giungere a supposizioni attendibili. Prima di tutto. Pur essendo centro di traffici intensissimi, Creta era un isola facilmente difendibile: tutta la parte meridionale delle coste infatti era inaccessibile, le onde si frangevano sugli scogli strapiombanti con fragore presente e pauroso. In secondo luogo, le grandi potenze commerciali del tempo avevano tutto l’interesse a trovare in Creta un approdo pacifico, dove potere operare scambi vantaggiosi in tutta tranquillità e non un ambiente agitato e bellicoso in cui rischiasse di compromettere il buon esito degli affari e magari di mettere in pericolo la vita stessa. Da ultimo era l’ambiente medesimo che invitava alla pace e alla letizia: vallate amene, pianure non grandi ma accoglienti e ricche di verde, montagne alte ma prive di particolari asperità, favorivano una differenziazione di climi che andavano da quello temperato a quello subtropicale. Come non trovare motivi di pace in un ambiente di questo genere? Come non impegnarsi in una convivenza pacifica e serena per tutti? Per questo motivo Creta veniva chiamata, con indovinata espressione, l’isola felice. Oltre tutto una situazione naturale di questo genere favoriva una ricca e varia coltivazione dei campi che rendeva l’isola autosufficiente dal punto di vista alimentare.
Animale sopra tutti caro al popolo di creta era il toro; si può dire anzi che esso fosse l’unico animale veramente importante nella vita sociale e religiosa di quella gente.
Ma pur costituendo un simbolo mitico _ religioso il toro non veniva relegato in un ambito di intoccabile magia, era anzi un elemento costantemente presente nella vita del cretesi. Famosi sono rimasti i giochi col toro, che nulla però hanno da spartire con quelli cruenti in uso presso i popoli di cultura spagnola di oggi; esse erano l’espressione della vigoria, dell’abilità, e perfino dell’eleganza di quel popolo mite, che vedeva nel toro non un nemico da abbattere ma un amico col quale cimentarsi in rischiosi ma pacifici confronti. In queste esibizioni le ragazze superavano in ardimento e bravura gli stessi uomini: correvano incontro al toro che galoppava verso di loro e con una difficile elegante evoluzione lo saltavano compiendo una perfetta acrobazia sulla sua schiena, una specie di sarto mortale che trovava sulla groppa del toro il suo punto d’impatto. Il pubblico seguiva con il cuore in gola il piroettare dei suoi beniamini ma non per questo amava di meno il toro, anche lui protagonista di uno sport del tutto eccezionale.
Alla vita attiva e dinamica, del resto, i Cretesi erano abituati da secoli. Fu anzi quella loro capacità di operare con intelligente potere di assimilare chi li aveva fatti progredire in modo sicuro, che li aveva aiutati a uscire dal lungo letargo neolitico per farli entrare nella storia, in cui rappresentano la prima importante civiltà del mediterraneo.
Alla fertilità della terra i Cretesi dovevano gran parte del loro benessere, alla terra, dono inesauribile di vita, essi dunque credevano come l’unica divinità. La dea della terra, forse l’unica divinità di Creta, era la “ dea madre” , simbolo della fertilità e dell’abbondanza. Essa non veniva onorata con templi grandiosi , ma era oggetto di un culto profondamente sentito, che si esprimeva in modi semplici  e ingenui, in armonia con il carattere dei suoi fedeli . In ogno casa vi erano dei piccoli sacrari, dove venivano collocati simulacri scolpiti raffiguranti la dea atteggiata in diversi modi. Da questo fatto derivò forse l’opinione che diverse fossero le divinità cretesi: la dea madre, la dea dei serpenti, la dea del vino e così via. Il fatto però che tutte fossero femminili fa pensare invece a un’unica dea, alla quale si attribuivano poteri diversi e quindi raffigurazioni e culti leggermente differenziati. Al di fuori della casa, la divinità aveva i suoi luoghi di culto in ambienti del tutto naturali: nel fitto dei boschi , sulle cime delle montagne, nelle grotte. Ricche di particolare suggestione erano queste ultime; il mistero che vi aleggiava era favorito dalle magiche penombre, dalle profond e eco sonore, dallo sgocciolare lento  ma continuo di acque che andavano poi a creare sul terreno misteriosi riflessi. Nelle grotte sacre il contatto con la natura, e quindi con la dea che ne era il simbolo, diventava più immediato e diretto, suggeriva gesti solenni e allo stesso tempo carichi di interiore sentimento, favoriva il senso del divino, del magico, del supremo. Erano gesti che stavano a significare un omaggio personale al quale non era indispensabile un intermediario.
Le sacerdotesse puer presenti nel culto religioso cretese, non avevano infatti  quei caratteri di esclusivo monopolio del sacro, tipici invece di molte altre religioni. Tra i singoli e la divinità il rapporto era diretto, spontaneo e soprattutto sincero. Le stesse offerte votive che i fedeli portavano alla divinità erano espressioni di questa fede religiosa fatta di sentimenti semplici: si trattava in prevalenza di prodotti del lavoro.
Ricche di animazione e di gaiezza erano invece le feste del raccolto. E’ vero che anche queste avevano uno sfondo religioso, nel senso che servivano come ringraziamento alla dea madre per le messi avute in dono, ma rappresentavano soprattutto delle felici occasioni per riunirsi nella gioia e nella gaiezza, per esprimere coralmente quel senso di felicità che era la caratteristica più evidente del sentimento popolare. Possiamo facilmente immaginare i preparativi per la processione del raccolto: dalla campagna, numerosi affluivano i giovani  che sarebbero stati i protagonisti della festa; al loro seguito vi era l’immancabile  codazzo di ragazzini curiosi. Nel frattempo anche le persone più anziane , sbrigate le quotidiane incombenze , si affrettavano a prendere posto  nei loggiati del palazzo o lungo le vie per le quali  sarebbe passato il corteo . Quando il sole era alto  aveva inizio la cerimonia . Le strade brulicavano di gente , i loggiati delle case erano gremiti di folla lieta ed esultante . Il corteo era aperto da quattro cantori, immediatamente seguiti da un suonatore e danzatore, il quale, eseguendo piroette a tempo di danza , dava il tempo ai cantori e guidava al massa dei giovani  che lo seguivano. Alla testa di questi vi era un proprietario terriero; il vestito del nobile personaggio era costituito da una cotta di cuoio formata da tante scaglie tondeggianti e terminate in una frangia : era forse il simbolo di una autorità  e di un potere accettati pacificamente da tutti . I giovani contadini , che formavano il grosso del corteo , procedevano in modo bizzarro , senza una regola fissa , agitando fasci di spighe , simbolo della loro fatica quotidiana, ma anche della loro vita semplice e serena.
L’abilità e la laboriosità dei Cretesi non trovavano sfogo unicamente nel lavoro dei campi, ma anche in opere di edilizia, per quel tempo assai progredite. Sopra tutte le costruzioni primeggiavano  i palazzi reali delle tre principali città. Festo, a sud, Mallia sulla costa occidentale e Cnosso a settentrione dell’isola  possedevano edifici di mole faraonica. Soprattutto il palazzo di Cnosso  era di un imponenza e di una bellezza eccezionali. Le rovine che ancora restano ne sono testimonianza . Posto sulla via di comunicazione proveniente dal sud , la più importante dell’isola , si ergeva imponente e massiccio sulla pianura circostante  e sulla valle del torrente Vlychia . Un ampio cortile, circondato da colonnati di origine stile minoico, divideva l’edificio in due parti ben distinte. La parte a occidente comprendeva le stanze di corte , la sala del trono, il sacrario e i locali adibiti agli scambi commerciali; non mancavano saloni di rappresentanza e magazzini. Queste erano dispense non molto ampie ma allineate su di un corridoio lungo più di quaranta metri stipati di giare  in terracotta  e di otri ottenuti con pelli di capra che servivano a conservare in modo particolare olio, vino e frumento, cioè i tre prodotti principali dell’isola. La famiglia del re era alloggiata nella parte orientale del palazzo. Appartamenti e stanze erano qui decorati con lusso particolare, no privo di grazia e serenità. L’esterno si presentava imponente e fastoso, ricco di colore, abbellito da una miriade di colonne dalla tipica semplicità minoica: capitello rotondo e privo di fregi, fusto liscio e dilatato dal basso verso l’alto per dare meglio l’idea del sostegno. Loggiati e terrazze completavano l’opera. La terrazzatura delle dimore principesche si ripeteva, in forme modestissime, anche nelle case private, accostate le une alle altre sulle colline e caratterizzate da una specie di “ attico”  che di rado mancava alla sommità degli edifici. Le aperture delle finestre erano piuttosto anguste, forse per la necessità di difendersi dal sole abbacinante che dardeggiava sull’isola per buona parte dell’anno.
L’artigianato trovava modo di sbizzarrirsi ad acconciare le donne, non solo per mezzo delle vesti, ma anche con monili d’oro e di altri metalli preziosi, che giungevano sull’isola in abbondanza grazie ai traffici commerciali. Ma era nelle decorazioni che l’artigianato si esprimeva in forme d’arte vere e proprie. Le grandi scene dipinte sul palazzo di Cnosso , gli affreschi di cui sono ricche le sue stanze, le preziose incisioni sui vasi in ceramica costruiti nella stessa isola sono testimonianze eloquenti di un arte che a buon diritto può vantarsi di avere influenzato in modo determinante la grandissima arte greca.
Per i commerci non solo erano indispensabili facili approdi sul mare , ma ampie vie di comunicazione all’interno dell’isola . Alla costruzione di ottime strade  i Cretesi si dedicarono con lo stesso entusiasmo  e la stessa foga  con le quali avevano costruito le loro navi . Ben selciate, ben tenute, con frequenti ponti che superavano avvallamenti e torrenti, esse diventarono, al pari delle vie del mare, le naturali arterie lungo le quali scorreva la linfa vitale che i commerci alimentavano in continuazione.
Molti restano ancora i misteri di questo popolo , molte le vicende di cui ancora ben poco sappiamo. Tanti di questi segreti sono chiusi nell’ermetico silenzio delle loro lingue più antiche, la lingua geroglifica e quella detta “lineare”, ancora indecifrabile, silenziose come tombe. Quando l’uomo riuscirà a sciogliere questo ultimo enigma, il popolo cretese ci rivelerà di certo altri dettagli della sua splendida storia.
Nota è invece la fine della civiltà cretese: una fine immeritata, non infrequente tuttavia nella storia dell’umanità. Verso il 1400 a.C. un popolo potente e guerriero tradì la fiducia dei pacifici Cretesi; li assalì, distrusse i loro palazzi, disperse le loro ricchezze per impadronirsene: era il popolo di Micene, l’astro nascente. Alla sua forza gli abitanti di Creta ben poco avevano da opporre: non difese murarie, del tutto inesistenti nelle costruzioni create unicamente per la bellezza, non animi bellicosi, non armi. Perfino l’ascia bipenne, tipica ideazione minoica, dall’aspetto tanto terribile, a nulla poteva servire contro un popolo che delle armi aveva fatto il suo ideale, e della forza si serviva come principale mezzo di espansione e conquista.



lunedì 1 novembre 2010

DAL VANGELO SECONDO MATTEO

LE  BEATITUDINI
Dal Vangelo secondo Matteo:

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose s sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e  insegnava loro dicendo :
 “ Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli.
    Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
    Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
    Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
    Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
    Beati i puri di cuore,perché vedranno Dio.
    Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
    Beati i perseguitati per la giustizia , perché di essi è il regno dei cieli.
    Beati voi quando vi insulteranno , vi perseguiteranno e mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi a causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”


Oggi il vangelo tocca il cuore di ognuno di noi. Con il vangelo di Matteo. Quanto detto da Gesù è l‘espressione più concreta e veritiera che ci porta alla salvezza.. Inoltre la liturgia  ci fa contemplare il mistero della Comunione dei Santi. Santi sono tutti i salvati, e santi siamo anche noi, se viviamo in verità il nostro Battesimo.
Questi giorni, per noi cristiani, non devono essere  di dolore, per la commemorazione dei nostri cari , ma la consapevolezza che un giorno tutti quanti potremmo ritrovarci al cospetto di Dio per vivere insieme con enorme gioia per l’eternità.
Evy

SANT' IRENEO

SANT’ IRENEO DI LIONE
La tradizione apostolica

Originario dell’Asia Minore, sant’Ireneo (130/140-dopo 198), fu in contatto con Policarpo di Smirne (155) , discepolo dell’apostolo Giovanni. Nel 177 Ireneo presbitero a Lione , capitale delle Gallie , fu inviato a Roma presso Papa Eleuterio (189)  per dirimere questioni  di ordine dottrinale. In seguito alla persecuzione contro i cristiani che culminò con la morte di 48 martiri , fra cui il vescovo Potino, al suo ritorno fu eletto vescovo. La notizia del suo martirio è tardiva.
Dei suoi scritti ci sono pervenuti in latino in cinque libri Contro le eresie , confutazione dei sistemi gnostici (dal greco gnosis = conoscenza) e in armeno , l’Esposizione della predicazione apostolica      ,breve compendio della fede cristiana a carattere catechetico .
Nel II secolo la chiesa  era sotto la minaccia della gnosi , una dottrina che , svuotando il senso  il nucleo centrale della fede , vantava una superiorità intellettuale.
Il punto imprescindibile  è per Ireneo  la Tradizione apostolica : sono i Vescovi, in comunione con il vescovo di Roma , eredi, continuatori  e custodi della Tradizione  che è “pubblica”, “unica” , “pneumatica” , cioè guidata dallo Spirito Santo. L’unità nella storia della salvezza aiuta a comprendere anche l’unità dell’uomo: “ Infatti  la gloria di Dio è l’uomo vivente  e la vita dell’uomo  è la manifestazione di Dio”
Tiziana M. Di Blasio , storica della chiesa.